Il Bel Paese e la latitanza della cultura

In qualche modo lo avevamo scritto. Quell’urgenza latente di ricerca di senso che in tanti abbiamo riconosciuto fin dagli albori della sharing economy, è ormai diventata una priorità. La ricostruzione del tessuto culturale, che è anche lo strumento più efficace come argine alle politiche della divisione, del conflitto e della diffidenza, è il tracciato da seguire. Ne parla in un suo articolo molto bello Davide Bennato, sociologo dei media digitali, nel quale sottolinea l’importanza delle scienze umanistiche e, più in generale, della padronanza con i codici e i prodotti della cultura. Non desta, almeno a me, meraviglia il fatto che siano molti gli imprenditori di successo oggi ad avere un background di studi classici. Nell’articolo Bennato cita: Stuart Butterfield (cofondatore di Flickr e Slack) ha una laurea in filosofia, Jack Ma (il patron di Alibaba) è laureato in Letteratura Inglese, Susan Wojcicki (CEO di YouTube) in Storia e Letteratura, Brian Chesky (co-fondatore di Airbnb) è laureato in Belle arti.

Certo, non abbiamo bisogno di consolarci andando a cercare il palma res dei nuovi imprenditori del digitale, dobbiamo piuttosto convincerci dell’importanza sociale di riappropriarci di uno spirito critico e di una capacità di valutazione del contemporaneo come strumenti di resistenza alla superstizioni, al qualunquismo, alla chiusura di vedute. E solo la cultura può farlo.

C’era una volta, ed in parte è la mia storia, un ragazzo particolarmente dotato nelle materie umanistiche il cui padre, un esperto uomo di finanza, cercò di spiegargli un giorno in cosa consistesse la borsa. Io quel giorno, poiché faticavo a capire il meccanicismo del gioco in borsa, domandai: che rapporto c’è tra le quotazioni in borsa, la cultura e la sociologia? Ricordo mio padre guardarmi in modo interrogativo e concludere. Nessuno, almeno non direttamente. Sono passati anni da quella risposta, ma io ancora non ho del tutto chiara la situazione. Nella mia mente che, lo dico con schiettezza, non è mai stata specificamente dotata in materia di astrazioni matematiche (anche se la finanza assomiglia più alla sistemica dei giochi che alla matematica nuda e cruda), se un’azienda realizza prodotti che vengono acquistati con entusiasmo dai  consumatori avrà successo anche la sua quotazione. E per avere una valutazione sul successo o meno di un prodotto, si sa, a parte le indagini di mercato che obbediscono a criteri più quantitativi e orientati all’analisi dati, entrano in campo studi sociologici sui trend culturali che, in qualche modo, orientano e condizionano i consumi, legittimano nuovi comportamenti, abitudini. Ho sempre pensato che per capire l’andamento di un consumo, nonostante la mutata fisionomia delle classi sociali (che oggi obbediscono probabilmente a classificazioni diverse), fosse necessario comprendere l’habitus (per dirla alla Pierre Bourdieu) dello spazio sociale in cui un prodotto/servizio è collocato.

Quel che invece sta capitando è lo scollamento dell’economia e della produzione dalla realtà. Prendiamo l’attuale fenomeno delle criptovalute in cui, se si accetta la convenzione dell’invenzione, se si dedica tempo a leggere un manuale d’uso, si continua a non avere una sostanziale comprensione del fenomeno. Lontano dai fatti della vita di tutti i giorni, lungi dai fenomeni relazionali, professionali e personali che regolano i rapporti tra le persone, strumenti come le criptovalute hanno lo stesso fascino del bugiardo scritto da un ricercatore chimico per spiegare un farmaco di nuova concezione. Molti rispondo con un ok, sappiamo che c’è, dovesse servire ci si risente…

Il problema, a mio modo di vedere, è che abbiamo sempre visto la cultura come un qualcosa di superfluo, e il più delle volte abbiamo permesso che si imponesse una mentalità di fastidioso distacco perché la stragrande maggioranza dei decisori politici ed economici non ne è mai stata in possesso, fatta eccezione per pochi. Ignoranti di potere hanno sdoganato l’ignoranza popolare. Un’ignoranza elevata a verità, diventata la base da cui partire e lo strumento di autoassoluzione da qualsiasi responsabilità.

Ora, però, con la Grande Crisi (una specie di ingombrante Spada di Damocle), qualcosa sta cambiando ed è diventato difficile per tutti accettare certe approssimazioni. All’improvviso, si sta rivalutando l’importanza della cultura, e il motivo è abbastanza semplice.

La cultura è fatta di storie e di esempi. L’interpretazione e lo studio dei fenomeni del contemporaneo mediati dall’espressione artistica ha permesso ai più di acquisire importanti strumenti. Sapere mette nelle condizioni di avere una sterminata “libreria” di riferimenti utili a interpretare la complessità e a risolvere le difficoltà, contribuisce a sviluppare attitudini e abilità personali, offre il conforto della creatività, favorisce le connessioni tra le cose. Non dobbiamo aspettare che sia Philip Kotler a dircelo, ma abbiamo di fatto davvero bisogno di un management umanistico.

Se prendiamo il fattore sharing economy, tutto il discorso appare ancora una volta più chiaro. Shareitaly, nel report 2017 appena pubblicato ha messo in evidenza una serie di elementi importanti. Le piattaforme in Italia sono 125, delle quali 17 piattaforme censite sono di fatto di nuova fondazione, contro una chiusura di circa 30 piattaforme censite nei report degli anni passati. Anche se quasi tutti i settori accusano un ridimensionamento e delle chiusure, i segmenti che sembrano tirare di più sono i servizi alla persona, il trasporto, lo scambio/affitto/vendita. Su circa 30 piattaforme, 11 chiudono nei mercati dove c’è almeno un grande player internazionale. Le piattaforme culturali passano dal numero di 13 del 2016 a 11 del 2017. Quelle che restano arrivano con fatica, e sono circa il 29%, a fidelizzare community da 1000 persone. Mentre quelle che viaggiano tra i 5000 e i 10mila utenti rappresenterebbero il 17% del campione analizzato.

Da questi dati, quindi, il riscontro che si ha del fenomeno sharing economy in Italia è di un segmento debole, che trova ancora l’ostacolo di una mentalità generale non del tutto preparata all’utilizzo di servizi condivisi. D’altro canto, però, è l’unica via possibile e i fenomeni di aggregazione di community e gruppi che si uniscono attorno a un manifesto di con l’obiettivo di produrre piattaforme innovative a favore di territori e abitanti ne sono la prova. Piuttosto, desta sorpresa e un misto di disappunto il fatto che proprio la cultura, settore trainante nel nostro paese, non riesce ancora oggi a sfruttare gli approcci che la sharing economy è in grado di offrire e che riguardano sempre più le modalità di pensare, progettare e organizzare un servizio, magari partendo da una coerente e approfondita analisi di valore rispetto alle dotazioni territoriali, artistiche e creative di cui disponiamo da sempre.

Da qualche tempo seguo con  attenzione l’evolvere del fenomeno delle start up, con un continuo crescere di “contenitori”, “palestre”, “acceleratori” spesso concepiti nella fisionomia di coworking, hub e altro, in cui l’appealing letterario dell’economia della condivisione trova molto spazio. Il punto debole, al di là  delle competenze o meno delle persone che animano questi progetti, è che il mondo delle start up sembra essere diventata un ambiente a sé, con l’esasperazione di quell’idea della gestazione in vitro, soprattutto nelle aree metropolitane, che chiude l’esercizio delle nuove sperimentazioni imprenditoriali in confini angusti, ristretti, senza troppe attinenze con il mondo attorno. Dal mio punto di vista c’è l’urgenza di ripensare i modi per intercettare e studiare i veri bisogni degli utenti e le opportunità effettive che abbiamo di fronte, a parte le tecniche e le metodologie prese a prestito dai tanti design thinking della prima e ultima ora. L’impresa non è solo risolvere i nodi e le complessità di un’idea applicando canvas e customer journey map. C’è una dimensione sociologica e culturale che, se non si conosce, se non viene acquisita, porterà sempre a visioni limitate e a mercati asfittici. Ne è chiara dimostrazione il fatto che abbiamo un’infinità varietà di musei, monumenti, palazzi storici, parchi archeologici, biblioteche, archivi, parchi naturali, borghi meravigliosi, tradizioni, festival e fiere, tipi di alimentazione, ecc e ancora oggi non abbiamo la minima idea di come portarli a valore su scala globale.

Quello che servirebbe al mondo delle start up, tornando a Bennato, è la preparazione culturale di chi fa impresa. Questo è il requisito davvero vincente e che, allo stato attuale, sembra mancare. Ed è strano perché per ripartire dalla cultura non occorre fare un grosso sforzo, basta conoscere quello che già c’è, appassionarsi, averne la voglia.

 

 

 

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