Dai Big Data alla local economy

Pezzo preso dall’intervento di Davide Pellegrini ai Colloqui di Dobbiaco, settembre 2017

Big Data, digital economy e sharing economy

Una questione davvero complessa. Di Big Data si parla ormai da molto tempo. Un flusso costante e consistente di dati sensibili e informazioni personali in grado di segnare costantemente il tracciato delle nostre identità e delle nostre esistenze. Un flusso che travalica i confini d’ogni data base per diventare fondamentalmente un’entità astratta, fuori da ogni capacità di misurazione, e oggetto di analisi all’avanguardia.

Questo è l’epifenomeno, il punto di vista della tecnologia. L’inevitabile progredire dell’ontologia digitale. L’esserci reale e l’essere in rete ormai sono un’unica cosa, coincidono. Non c’è nemmeno da ingegnarsi troppo in resistenze luddiste, non ha alcun senso sventolare al pubblico il manifesto del ritorno ai primordi o di qualsiasi decrescita, felice o infelice che sia. Non è nell’evolvere degli algoritmi che si nasconde il mostro. Non c’è dietro nessun Hal 9000, come aveva immaginato Stanley Kubrick nel suo film 2001: Odissea nello Spazio. La scienza va avanti e lo fa modellandosi sulle esigenze e sulle istanze del comportamento umano, ne asseconda i cambiamenti nelle modalità espressive, relazionali, organizzative e li abbraccia fino a prefigurarne gli sviluppi.

 

Se oggi siamo nelle mani delle grandi piattaforme digital, se siamo continuamente presenti sui social network, se esistono – come esistono – meccaniche collaborative ovunque, se le esperienze si consumano negli spazi conversazionali di potenti broadcaster di messaggi, è perché qualcosa è cambiato e sta cambiando nei modelli culturali e nella percezione del mondo contemporaneo. Anche quando i passaggi generazionali non avvengono alla luce del sole, soprattutto in paesi tradizionalmente ancorati a pattern inossidabili come la famiglia, le gerarchie, le istituzioni e via dicendo, la contemporaneità segue un suo impercettibile percorso. Un processo invisibile che trova una ragion d’essere nell’evoluzione delle forme di conoscenza e nel consolidarsi di competenze al di fuori dalla portata di chi c’era prima.

Internazionale, il 15 settembre 2017 pubblica in copertina il logo di Facebook e, sotto, uno slogan che recita: “Per Facebook la merce sei tu”. Il punto, però – al di là delle retoriche che riducono il fenomeno a una serie di pericoli come la protezione dei dati e la privacy, il cybercrime e il mondo degli hacker, l’esasperazione dei contenuti invasivi e orientati al mercato e le fake news – è cosa fare e come utilizzare questi dati. Vivere nell’ansia distopica di Grandi Fratelli malevoli non è credibile, mentre lo è senza dubbio di più la constatazione che aver creato immensi contenitori di contenuti in un periodo di pochezza culturale e di dilagante ignoranza possa regalare sorprese difficili da immaginare. Chiariamo: è senza dubbio vero che i giganti del digital come Facebook, Google o Amazon stiano spingendo per rafforzare la loro leadership di mercato. Con una base di miliardi e centinaia di milioni di utenti e potenziali clienti non stupisce che si stia passando dalla dimensione della chiacchiera a quella del digital retail e del rafforzamento dei marketplace, ma questo non mi sembra il punto. La deriva iper-consumistica della cultura contemporanea non è certo dovuta alla tecnologia. Piuttosto trae forza da più di 20 anni di pessima politica (e non solo in Italia) e di strategie progettuali che hanno dato vita a nuove centralità urbane costituite da alienanti quartieri satelliti attorno a iper-centri commerciali, outlet e mall. Più che avare il dubbio della tecnocrazia, forse varrebbe la pena chiedersi come sia possibile che l’anno scorso l’Istat ha tirato fuori un report che descrive un popolo che soffre al 70% di analfabetismo funzionale.

Ecco lo scenario sul quale si collocano le nuove realtà imprenditoriali e organizzative.

Qualcosa di diverso dal semplice neo-capitalismo digitale, quello che per intenderci vuole creare flussi indistinti di utenza per assicurarsi la vendita dei servizi su grandi numeri. Airbnb e Uber sono un caso a parte, anche se rientrano a tutti gli effetti nella classificazione di una era di intermediari digitali e broadcaster di opportunità, che operano su grandi quantitativi di dati profilati al dettaglio. Proviamo allora a uscire da questo schema e caliamolo nella realtà odierna.

Siamo un paese povero, in questo momento sottoposto a un enorme sforzo di sussistenza. Abbiamo una strana difficoltà a percepire l’importanza dell’innovazione e ad accettare il passaggio di staffetta delle generazioni. Abbiamo un problema conclamato di sotto-culturalizzazione. Abbiamo una situazione evidente di mancanza di competenze e non siamo più in grado di garantire sicurezza in materia di politica e amministrazione dei territori. Abbiamo l’urgenza di ritrovare un potenziale per rilanciare il paese da una narrazione ormai negativa di sé, alimentata dal disfattismo e dal catastrofismo. Poi però, come contraltare, abbiamo il tessuto più ricco di esperienze volontaristiche, sociali, culturali che qualsiasi altro paese possa vantare.

Questa sorta di ricchezza dovrebbe diventare la nostra forza e farci da apripista nel mondo fino a inquadrare davvero i settori e i temi su cui ripensare l’immagine dell’Italia.

Prendiamo la sharing economy. Nel corso degli ultimi dieci anni si sono sviluppati circuiti, premi, percorsi di accelerazione per start up, la maggior parte delle quali non riesce a stare sul mercato per più di un anno. L’alto tasso di mortalità della neo-impresa, sia essa nano o micro, non dipende solo dalle endemiche difficoltà che tutti conosciamo: assenza di lungimiranza nel rischio di investimento, difficoltà di reperire capitali, mancanza reale di una domanda, burocrazia complessa e onerosa. Questi aspetti li diamo per scontati. Direi, invece, che i fattori determinanti siano altri.

Primo. Il fattore culturale, intendendo come cultura la sensibilità verso ciò che è contemporaneo. Nella civiltà globale questo paese sembra ancora rivolgersi unicamente verso se stesso. Un solipsismo che – al di là della presunzione di considerarsi al centro del mondo (la retorica dell’unicità dell’Italia evidentemente non funziona in modo così efficace) – nasconde una sorta di timidezza (come spesso hanno fatto notare alcuni sociologi), un complesso di inferiorità che ci porta a non competere sui mercati globali. Luigi Zoja, sulle pagine di Un Mondo Condiviso, lo ha chiamato “calo di autostima”. Ma, in questo panorama desolante, c’è chi reagisce e capisce di avere delle opportunità anche in un contesto del genere. Mi ha colpito molto un’intervista uscita su Pagina 99 a Sandro Ferri, uno dei fondatori della casa editrice E/O. Lui – rispetto allo strapotere dei grandi player americani (stanno sbarcando mostri come Harper&Collins e Planeta) – che sfornano migliaia di titoli profilati sui big data, ha deciso di mantenere un’identità artigianale, fortemente legata alle tipicità culturali del proprio territorio e, in questo senso, orientata all’industria culturale solo come possibile opportunità di mercato, senza l’ambizione di trasformarsi in una fabbrica di contenuti mainstream.

Secondo. L’importanza del territorio. È un fatto che, se qualcosa ha in più questo paese, paradossalmente è nella ricchezza delle sue tante diversità. Noi per comodità lo chiamiamo Genius Loci, quella particolare forza di una identità locale frutto di storia, arte e modo di stare al mondo. Un giacimento creativo e di talento che, già a partire dal trattato Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione (pubblicato nel 1528), era diventato capitale di reputazione. Se non esistesse una capacità attrattiva del genere, prodotti culturali di un certo tipo non sarebbero possibili (pensate alle migliaia di Festival che ogni hanno si fanno nel nostro paese). Il genius loci si esprime in una creatività diffusa, un estro che è diventato caratteristica di popolo e che, inquadrato negli spazi e sostenuto dai processi opportuni, potrebbe davvero diventare il carburante naturale per la nuova impresa. Volendo mettere i puntini sulle “i”: non sembra assurdo che la più importante piattaforma di sharing economy centrata sui servizi di ospitalità locale sia americana? Airbnb nel tempo – proprio utilizzando i Big Data e con strategie davvero innovative – ha creato le Storie degli host, ha strutturato nuovi servizi di accompagnamento locale per permettere la scoperta delle bellezze del territorio, sta creando le premesse per una piattaforma che sia in grado di valorizzare la vera essenza della cultura italiana, da esportare come prodotto Made in Italy. Un indotto che hanno calcolato come proiezione per un valore di circa 380 milioni di euro.

Terzo. La voglia di comunità. Lo abbiamo detto e lo abbiamo scritto molte volte. Anche se la previsione di Richard Florida, quell’Ascesa della Classe Creativa anticipata con il best-seller del 2002, non si è avverata, si sono comunque sparsi nei luoghi più impensabili delle città gruppi e comunità che hanno messo a sistema un approccio di resistenza culturale e di supporto all’innovazione a tutti i livelli. Il territorio è diventato un concentrato di hub e centri creativi, una mappatura di opportunità di aggregazione che rispondono a manifesti di e progetti di cambiamento. Riuscire a organizzare questi avamposti in modo sistemico, magari mettendoli in contatto con i territori che li ospitano, sarebbe un modo per risolvere i problemi di gestione del settore pubblico e darebbe lo spunto per rilanciare la micro-economia locale.

La sharing economy, quindi, almeno per quel che concerne il nostro paese, dovrebbe smettere di guardare al modello della Silicon Valley – incentrato su attività imprenditoriali di altro tipo e, soprattutto, schiettamente orientato a raggiungere posizioni dominanti sul mercato globale – e cercare di valorizzare quell’incredibile aggregato di esperienze socio-culturali. Voglio soffermarmi a riflettere su una cosa. Dal punto di vista delle percentuali, in Italia – come più o meno ovunque nel mondo – le principali categorie della sharing economy sono mobilità e ospitalità. Nonostante siamo il paese che detiene i 2/3 del patrimonio culturale mondiale, non siamo ancora riusciti a realizzare piattaforme collaborative sul tema dei servizi culturali. I progetti che ho monitorato, a dire il vero ancora pochi, sono faticose sperimentazioni ancora molto fragili. Il lato debole è la sostenibilità, anche se alcuni spunti di riflessione fanno ben sperare. La direzione opposta al capitalismo digitale sembra essere quella del nuovo cooperativismo (come ha indicato Trebor Scholz), del platform design, degli ecosistemi abilitanti in grado di aprirsi agli utenti e coinvolgerli nella produzione di beni e servizi. Ed è là che dovremmo andare.

 

 

 

 

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