Dal peer to peer al sharing locale

Se ci fermassimo un istante a riflettere, la folle corsa che ci porta a sbattere contro lo spessore ruvido del buon senso come una mosca su una finestra, di botto diventerebbe una passeggiata piacevole. Eccoci allora, con le spalle indietro a guardare i km fatti: da quel 1991, anno in cui l’open source inaugurava l’era della libertà con l’invenzione di Linus Torvald fino al 2001, con il creative commons di Lawrence Lessig. Per arrivare al 2006, anno rivelatore della nuova estetica 2.0 e dell’inaugurazione dell’era della collaborazione: nomi come James Suriowecki, con la sua idea di intelligenza collettiva, Jimmy Wales, inventore dello straordinario Wikipedia – ad oggi uno dei simboli della democrazia diretta della rete – Chris Anderson, con l’intelligente radiografia del web e del suo brulicare di nicchie, una lunga coda prevalentemente orientata al mondo del freeware.  E poi Yochai Benkler e molti, molti altri. Il digitale nel tempo ha acquisito una forma riconoscibile, insieme alle grandi conquiste del pensiero libero, insieme al durissimo braccio di ferro con le politiche oligopolistiche e alla crescente insofferenza verso lo strapotere della cultura global, che obbedisce sempre di più agli schemi dei gruppi lobbistici di stampo finanziario. Non tutto può essere riassunto con il 2000, anno funesto per gli intellettuali che, come nel No Logo di Naomi Klein, avevano presagito il pericolo dell’appiattimento della globalizzazione e dell’esasperazione del modello capitalista (del resto, anche Chomsky e Jeremy Rifkin avevano ammonito il mondo occidentale), ma molto di quello che sta accadendo oggi era già più che un’ombra in quegli anni.

Il movimento No Global del resto, al di là delle spinte riduttive che lo vogliono un movimento di social-confusi punkabbestia da centro sociale, aveva tracciato, nelle sue forme più sofisticate, i temi della lotta: un mondo sostenibile, caratterizzato da una democrazia diretta di tipo partecipativo, un’attenzione all’uomo e all’ambiente in cui vive, una contro-informazione responsabile volta a tutelare e sviluppare il pensiero critico, il consumo consapevole, la cultura di un nuovo mondo possibile.

Oggi ci troviamo davanti una serie di contrasti non facili da superare. Se è vero come è vero che già dal 2010, Rachel Botsman descriveva il fenomeno della sharing economy, d’altro canto non si può negare che nel giro di pochi anni l’esaltazione di questo comportamento sociale, debitamente preparato dalla crescente confidenza delle persone con l’uso scanzonato dei nuovi strumenti digitali (vedi i social e non solo), ha rivelato le prime criticità. Una confusione, ad esempio, riguardo il concetto stesso di collaborazione, soprattutto in riferimento al mondo imprenditoriale. L’avvento di corporate milionarie come Air Bnb o Uber, ha esaltato il potenziale dei servizi peer to peer, nati dalla propensione allo scambio e alla condivisione tipici dell’abitudine a certe funzioni della tecnologia, a scapito della finalità collaborativa effettiva di servizi che dovrebbero sviluppare, nei migliori dei casi, opportunità da distribuire in modo equo, con un capitale relazionale e sociale da tutelare ed esaltare come potenziali strumenti di rilancio di microeconomie di territorio, esattamente in linea con lo spirito libertario e “rinascimentale” del miglior pensiero rivoluzionario.

sisIl controsenso nasce proprio da questo contrasto che mette alla berlina le grandi teorizzazioni sistemiche, come nel caso del dogma sharing economy, per studiare in quali casi specifici questi modelli possono trovare reale applicazione nella microeconomia dei luoghi e del governo del territorio. Soprattutto da noi.

Dice bene Roberta Carlini, nel suo L’economia del noi:  L’economia del noi è un insieme di esperienze fondate sui legami sociali, nelle quali gruppi di persone entrano in relazione e cercano soluzioni comunitarie a problemi economici, ispirate a principi di solidarietà, di reciprocità, socialità, valori ideali, etici o religiosi. Fuori dalla logica esclusiva dell’homo oeconomicus, spesso contro di essa, ma dentro il mercato.

In questa bella definizione c’è tutto il senso della cultura italiana, fatta da sempre di economie associative e di mutuo soccorso, con punte che già dalla fine degli anni ’70 fino ai primi anni ’80 toccavano temi finanziari, cooperativistici, solidali. In questo senso, se pensiamo all’Italia occorre riportare le novità e gli schemi tecno-comportamentali della sharing e della collaborazione alle sue eredità e identità più forti, frammentate in culture e luoghi molto diversi tra loro, spesso caratterizzati da approcci localistici alla governance e, comunque, sempre sospettosi delle tentazione della post-modernità global votata al successo e a nuove, aleatorie economie.  

Come dire, aiutiamo i gruppi collaborativi a radicarsi su realtà circoscritte, e a operare nel supporto e nella collaborazione con quegli attori e quei enti che non sono più in grado di garantire il governo responsabile del territorio, a causa del collasso del mondo istituzionale, ormai irrimediabilmente ripiegato in se stesso. Aiutiamoci a traghettare la contemporaneità verso questo antico sistema che, nonostante sia già scritta la sua trasformazione, continua a resistere.

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