De Ecosistema Italico

Un testo di Gianmarco Carnovale, presidente di Roma Startup, apre un interessante dibattito sull’urgenza di un ecosistema italiano a supporto dell’innovazione.

 

De Ecosistema Italico

C’è stato un buon mezzo secolo in cui, se si aveva un’idea innovativa o una tecnologia da voler lanciare fondando una nuova impresa, ma non si avevano fondi da investirvi, la scelta quasi obbligata era quella di andare in Silicon Valley, un luogo allora mitologico in cui la vulgata diceva che era possibile trovare gente che staccasse assegni da milioni a fronte di geniali. Ovviamente non era così neanche là, la realtà Californiana era molto più complessa di così, ma era sostanzialmente vero che in quella ristretta area intorno a San Francisco ci fosse un terreno favorevole con delle condizioni di contorno fortemente orientate al sostegno delle nuove imprese, ed abbondanza di investitori professionali di diversa natura.

A metà degli anni ’90, uno Stato come Israele, fatto da gente tanto testarda da riuscire a coltivare il deserto, ha infine codificato queste condizioni di contorno e ne ha tentato l’applicazione nel proprio territorio, impegnandosi così a fare per la prima volta quello che in seguito verrà chiamato “ecosystem design”: progettare da zero l’introduzione di un intero comparto economico fatto di diverse tipologie di attori, che collaborino tra di loro seguendo schemi preimpostati, e che abbiano l’obiettivo di valorizzare ricerca e talenti attraverso la creazione di nuove imprese, avendone come ritorno la partecipazione al successo. Israele, nel farlo efficacemente, aveva dimostrato per la prima volta che il meccanismo di sostegno alle startup della Silicon Valley era replicabile, aprendo una corsa che globalmente partì poco dopo.

Anche l’Italia, in quegli anni, nel suo solito modo approssimativo e mediatico, tentò un breve approccio al modello del venture business. Ma lo fece legandolo esclusivamente all’onda delle Internet companies che si spense velocemente – dati i numeri allora limitati dell’accesso alla Rete – e quindi abbandonando rapidamente ogni velleità verso il settore in senso ampio.

Negli altri paesi però, ben più pragmaticamente, non si fermò niente e si spostarono semplicemente gli investimenti puntando verso settori tecnologici più market ready, ma soprattutto si costruì una rete tra tutte queste novelle “provincie” della Silicon Valley, questi luoghi dell’innovazione sparsi per il mondo e denominati Hub, in cui si continuavano ad applicare le metodologie attuando negli ecosistemi stessi dei meccanismi di azione/verifica/apprendimento volti a migliorare le metodologie stesse: la rete degli Hub era connessa ed allineata, ed un efficientamento di metodo che portasse a migliori risultati nel ritorno sugli investimenti, verificato in una città, diventava in tempo reale una metodologia diffusa in tutte le altre. Si era così giunti alla condivisione delle Best Practices: un insieme di ruoli e regole in continua evoluzione e finalizzati ad incrementare il success rate nella creazione di imprese innovative e scalabili.

Mentre tutto ciò si sviluppava, la ultra-conservativa Italia era la sola tra le grandi economie occidentali ad essere del tutto assente dalla scena, ed anzi vi si continuava a stigmatizzare l’ubriacatura che aveva portato alla bolla di Internet, senza mai averne colto il lascito metodologico che aveva invece ben attecchito e che germogliava violentemente altrove, facendo moltiplicare i casi di successo, la numerosità degli attori della filiera, e la dimensione degli investimenti.

Giunti al 2012, mentre già da qualche anno alcuni imprenditori, investitori e manager tentavano autonomamente di avviare anche in Italia delle iniziative volte a diffondere cultura e costruire un ecosistema basato sulle best practices, e mentre un disegno di legge ben allineato a queste veniva condiviso dal Parlamento, un vero e proprio blitz dell’allora Ministro ed ex-banchiere Passera tolse la tematica dalle mani dei parlamentari e la affidò ad una “task force” composta da quelli che secondo lui dovevano essere gli esperti del paese: furono scelti imprenditori che avevano avuto successo durante la bolla del duemila, che purtroppo non avevano esperienza di policy making, e soprattutto che oltre dieci anni dopo rispetto alle proprie esperienze non avevano cognizione di come il venture business si fosse evoluto nel frattempo nel resto del mondo, raggiungendo un grado di complessità, definizioni condivise, metodologie più avanzate, di cui non avevano alcuna esperienza. E soprattutto, gli uffici legislativi tradussero quelle indicazioni parziali in norme facendo la tara, mediando con richieste provenienti dal mondo accademico, e dalle pmi, facendo un gran calderone di tutto.

E’ da quel blitz che nasce la normativa oggi vigente nel settore: con una definizione italiana di cosa sia una startup che fa sorridere tutti i player internazionali, con un accento posto sugli incubatori quando questi altrove sono solo uno strumento – di solito pubblico – all’interno di una lunga filiera, con Banca d’Italia che ha ucciso vietandolo quel segmento del casual investing che nel resto del mondo abilita l’early stage, nella totale assenza di indicazioni e definizioni su tutti i ruoli mancanti o reinventati nel sistema italiano, e soprattutto nella (in)cultura diffusasi nel paese, basata inizialmente su un modello nuovamente mediatico ed autarchico che ha reinventato tutte le metodologie per non sapere che ve ne fossero da studiare, in tutto questo scenario negli ultimi tempi fin troppi si sono sentiti in dovere di dare la “colpa” di questa situazione prima alla presunta scarsa qualità degli imprenditori italiani, poi alla scarsità di venture capital, poi alle grandi imprese che non investono nè comprano startup, per concludere semplicisticamente che “in Italia non si può fare”.

Ora, a chi oggi si diverte a commentare la scena italiana del venture business, parlandone con la medesima incompetenza di chi ne ha progettato e divulgato l’avvento, ed a chi guarda a tutto il caos che ne è derivato senza comprendere cosa sia giusto e cosa sbagliato, desidero quindi replicare con alcuni dati di fatto molto semplici: primo, qui non siamo come Londra, Israele, Parigi, Berlino e tanti altri luoghi, innanzitutto perché ci siamo mossi 15/20 anni dopo di loro, e perché la costruzione di un ecosistema maturo in una startup city è un processo ventennale. Anche agendo bene, quindi, ci vorrà un bel po’ di tempo per recuperare, ma nel frattempo qualsiasi confronto con questi luoghi e noi è semplicemente privo di senso; secondo, non c’è luogo al mondo in cui il venture business non stia funzionando perfettamente, a condizione di averlo applicato correttamente e senza tentare commistioni con l’impresa tradizionale, che ha pari dignità ma è cosa nettamente diversa. Chiamare “startup” qualcosa che non lo è, applicare il concetto di ecosistema al territorio nazionale anziché alle città, ignorare le practices internazionali, non è introdurre realmente questo settore, è piuttosto un tentativo di reinventare la ruota e nel frattempo dare spazio ad aspiranti stregoni; Terzo: anche da noi qualcuno che applica realmente il venture business c’è, lo fa senza avere le prime pagine di giornale, lo fa “nonostante” un quadro normativo distorsivo, lo fa convinto che – alla fine – gli esempi virtuosi possano vincere sulla mancanza di cultura, lo fa evitando accuratamente le distorsioni all’italiana e gli operatori che ne vivono, lo fa sapendo di essere in forte ritardo sul resto del mondo ma anche che tardi è meglio di mai.

In conclusione, dire che il venture business è “fuffa” o che non si adatta all’Italia è quanto di più sbagliato ed incosciente si possa fare, perché da un pezzo e per molti anni a venire sarà il solo modo grazie a cui nasceranno nuove imprese tecnologiche globali. Dire che il venture business “all’italiana” è fuffa, invece, è più che corretto (fatte salve le eccezioni virtuose citate poco sopra). Siamo riusciti a distorcere un modello che è invece fondamentale per dare al paese la possibilità di superare il suo storico nanismo imprenditoriale, ed è urgente rimettere mano alle policy per copiare.  Semplicemente, non possiamo permetterci di andare avanti senza un venture business florido. Nessuno può più farlo senza avere la certezza di diventare una colonia economica di qualcun altro.

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