Il design delle soluzioni collettive

Dove sta il conflitto e cosa impedisce davvero al Paese di ripartire? Se intendiamo contenere il dibattito nello stretto ambito del tecnicismo, allora è giusto pagare le conseguenze di una miopia che, ad oggi, vede nei processi di collaborazione un modo per aggirare le regolamentazioni degli esercizi professionali. Va benissimo, in tal caso, restare anni a puntualizzare pregi e difetti della sharing economy e a palettare la libertà di movimento di home restaurant e local hosting, come se fossero davvero attori talmente ingombranti da mettere in crisi il sistema stratificato e consolidato delle associazioni di categoria e degli ordini professionali. Se, piuttosto, vogliamo portare le due cose a convergenza e cominciare a studiare un ideale percorso di dialogo e convivenza nella comune prospettiva del rilancio delle professioni, allora i discorsi da fare sono altri. Prima di tutto, sarebbe utile spostare il baricentro dalla letteratura e dallo storytelling del fenomeno, che invade giornalmente le pagine dei social e dei magazine digitali con profetiche previsioni, ai fattori socioculturali, un immobilismo generazionale che non ammette alcun ricambio. È utile fare questo distinguo perché le semplificazioni in versione slogan 2.0, sia in senso positivo che negativo, cominciano a non aver alcun senso fuori dalla fenomenologia della comunicazione che riduce tutto a flusso orizzontale, a consumo nevrotico di input e messaggi. Possiamo anche lasciarci sedurre dal tecno-entusiasimo che, soprattutto oggi con il fenomeno del startuppismo, sta saturando l’immaginario collettivo con promesse di progresso che in realtà è molto difficile arrivino per via di ricette prefabbricate. Certo, un approccio neo-positivista alle cose della vita non fa male e anche io credo nella rivoluzione resa possibile dalla convergenza delle opportunità della cultura hight tech con il cambiamento sistemico della società. Ma, e questo è un fatto, non ci sarà alcun cambiamento se prima non riusciamo a raccontarci la situazione attuale, così come è.

Sono rimasto basito dallo scarto tra l’orientamento della comunicazione istituzionale e di settore e la verità di una base dati che, statistiche alla mano, racconta il suo contrario. Da una parte il miracolo dell’innovazione che si compie, schiere di neo-imprese, percorsi di incubazione e di accompagnamento, round milionari di finanziamento, piattaforme ed eventi ovunque; dall’altro il BES, il report sul Benessere Equo e Sostenibile prodotto dall’Istat che, con un’analisi divisa in dodici settori (i “domini”) e 130 indicatori selezionati, restituisce una fotografia implacabile di un Paese in gravissima difficoltà. Se consideriamo, infatti, che l’ambito toccato dall’economia collaborativa è prevalentemente quello della nano-impresa tecnologica (con forte propensione all’innovazione di processo e di prodotto), rispetto al tema Innovazione leggiamo:

Nel triennio 2012-2014 meno della metà delle imprese con 10 o più addetti svolge attività di innovazione, 7 punti percentuali in meno rispetto al triennio precedente. la caduta del tasso di innovazione è evidente tra le piccole imprese, mentre le unitàdi grandi dimensioni mostrano il ulteriore miglioramento. Nell’attività di ricerca e innovazione si conferma la debolezza strutturale del Mezzogiorno: nel 2014 le regioni meridionali coprono solo il 17,5% della spesa nazionale e sono anche quelle con la quota più bassa di attività di ricerca sul Pil regionale; inoltre poco più di un terzo delle imprese tende a innovare contro il 46,6% del Centro Nord. 

Più sotto, nello stesso paragrafo:

Le piccole imprese sono quelle che, indipendentemente dal settore economico di appartenenza, subiscono le maggiori perdite in termini di presenza relativa di innovatori: solo il 41,3% delle imprese con 10-49 addetti ha investito nell’innovazione (-8 punti percentuali rispetto al triennio precedente). 

La diagnostica prodotta dall’Istat, risguardo alla situazione del Paese nell’ultimo triennio (dal 2013 al 2015), descrive un’Italia ancora profondamente divisa  e in cui il grosso dell’innovazione si concentra tra Lombardia (27,4%), Lazio (20,6%) e Piemonte (6,9%), con un ritardo del Mezzogiorno alleggerito da una crescita sensibile di Basilicata, Abruzzo e Calabria ma, comunque, ancora forte.

                                                                       

Indignarsi per puro spirito campanilistico, proteggendosi in un atteggiamento da tifoseria calcistica non ci aiuta nel ragionamento. Va da sé che le difficoltà strutturali di cui si parla debbano essere affrontate con metodo e intelligenza e senza creare contrapposizioni polemiche e sterili bracci di ferro tra “zone” diverse della penisola. Il motore dell’innovazione, oggi, è l’autofinanziamento, le imprese che ricevono da altre imprese private l’81,65 della spesa. Proprio questa tendenza, quella del rafforzarsi dell’iniziativa privata, dovrebbe spingerci a una più attenta osservazione della realtà. Il mondo di start up, che oggi si lanciano sul mercato allo stato embrionale, non raggiungono neppure la dimensione delle piccole imprese di cui parla l’Istat (tra i 10 e i più addetti), eppure investono in se stesse rischiando in prima persona. Perché?

Sono sempre più dell’idea, studiando l’attuale scenario, che molti giovani oggi nascano e crescano in una situazione di autoimprenditorialità esistenziale, un’eterna scommessa su tutto quello che li riguarda, sia sul piano professionale che su quello personale. La vita, in questi casi, diventa un progetto da vivere con disincantato fatalismo e anche con quell’elastica flessibilità che non è sempre un vantaggio. Diventa un percorso che necessita un continuo investimento di risorse, tempo ed energie mentali. Ed è proprio questa la molla che spinge le ultime generazioni a superare l’equivoco del solipsismo e dell’utilitarismo. La volontà, per il tramite di community e di gruppi aperti, di ricostruire senso e di contribuire alla prefigurazione di un nuovo mondo possibile è la più forte motivazione ad agire. Nel bel testo Fabric, Storie e visioni di contesti in cambiamento (non ringrazierà mai abbastanza Luca Bizzarri di avermene mandata una copia), ho letto con grande piacere il capitolo scritto da Michele Gagliardo, coordinatore del Piano giovani del Gruppo Abele di Torino che, secondo me, offre spunti davvero utili. Lo dico come le sue parole:

Chi è giovane viene escluso dalla maggior parte dei luoghi e dei processi decisionali, imprigionati in un eterno presente, riconosciuti e valorizzati solo dentro a traiettorie di delega e di adeguamento alla cultura della mercificazione e del possesso dell’individualismo e della competizione.

E, parlando del ricatto sociale che spinge molti giovani ad atteggiamenti di adeguamento e accettazione:

Il modello industriale del mercato è un progetto di umano età selettivo ed escludente che costituisce come suoi primi alleati le persone che opprime e rende marginali, le quali non riescono a rompere con questo sistema per timore di non sopportare una maggiore frustrazione legata a un ennesimo fallimento. Così, nella maggior parte dei casi sono gli adulti a decidere per i giovani, sottraendo loro l’atto politico generativo per eccellenza che è l’atto deliberatorio. La dimensione dell’essere generativi si interrompe: chi è giovane non si sente più generazione, fatica a trovare uno spazio attraverso il quale lasciare un segno del proprio passaggio nel mondo;  vive in un mondo che non gli permette di vivere uno spazio possibile nel quale crescere e vivere bene , come singolo e come comunità in crescita. In tale situazione la proposta che viene fatta al mondo giovanile è quella delle rincorsa alla massima realizzazione di sé, cercando esclusivamente al proprio interno le capacità e le competenze utili per il raggiungimento di quell’ambizioso obiettivo.

Qualche tempo fa ho pubblicato un articolo nel quale sostenevo l’importanza di rinnovare quello spirito d’avanguardia che, in una parte della nostra storia contemporanee, ha svolto l’importante funzione di attizzatore di utopie e di desideri di cambiamento. L’utopia come luogo di felicità (di cui parla anche gagliardo), come spazio concreto di progettazione del vivere  e stare bene. Ma anche come sistema di sperimentazione, di condivisione e di costruzione di legami sociali. Questo primo fondamentale punto, nel rapportarsi all’economia della collaborazione, andrebbe ricordato sempre. Prima di occuparci dell’aspetto più meramente tecnico, andando a intervenire in modo anche violento sugli assetti normativi e procedurali (andando a mettere le mani sulla progettazione reale dell’utopia), dovremmo prendere atto del potenziale di rivoluzione culturale di questo fenomeno, un potenziale che ha il merito di riattivare le persone nella ricerca di un comune denominatore: il recupero della società civile, l’idea della comunità i cui membri partecipano alla vita del gruppo con lo stesso interesse che mostrerebbe per la propria. L’innovazione sociale che esprime ricadute positive sul territorio.

Noi, come Aise, quando abbiamo proposto un taglio da dare a una possibile rete di attivatori abbiamo pensato proprio a questo. Gruppi resistenti che già lavorano nell’innovazione, hub, coworking, spazi in cui si trattano i temi della neo-impresa e dell’innovazione sociale, luoghi di incubazione e supporto alle nuove , una rete dialogante impegnata in azioni di confronto, scambio e collaborazione su livelli diversi:  

  • design di macro-scenari – l’idea di superare la frammentazione della programmazione in termini di sviluppo mediante la condivisione di informazioni utili a interpretare obiettivi raggiungibili a livello nazionale;
  • attivazione di reti locali – la necessità di dare forma a network territoriali di innovazione, gli unici in grado di assumere il delicato ruolo di interpreti delle necessità locali e di organizzare azioni di dialogo con altri attori (università, centri di ricerca, imprese, cooperative, associazioni);
  • circuitazione delle eccellenze – possibilità di sfruttare le tante eccellenze e competenze di cui il Paese dispone in un’ottica di circuitazione e messa in rete dei saperi (noi, ad esempio, abbiamo lanciato il concept di una sorta di sharing hdemy);
  • razionalizzazione e ottimizzazione dei processi – costruzione di un benchmark di riferimento tra organizzazioni e imprese dello stesso settore in modo da massimizzare, ove possibile, gli sforzi di produzione e raggiungere una piena ed efficiente sostenibilità (la filosofia della libertà dell’impresa si confronta, oggi, con la fisionomia più complicata degli spazi di mercato e della reale domanda di consumo);
  • definizione della reale vocazione delle attività – raccolta, studio e rielaborazione delle necessità dei territori e delle organizzazioni in termini di reali ricadute sulle comunità di riferimento.

Questo approccio non vuole essere in alcun modo un framework risolutivo, piuttosto una libera riflessione. Noi, tra le altre cose, stiamo da tempo superando la tentazione di realizzare un evento dedicato alla sharing economy come sorta di appuntamento di vetrina o come meeting dedicato a operatori di settore, per costruire una vera e propria piattaforma dedicata alla progettazione sostenibile aperta a tutti. Immaginiamo un appuntamento di tre giorni in cui una città possa trasformarsi in un pensatoio e, su casi reali e con operatori concretamente attivi, lavorare coinvolgendo gli individui in un’attività di design delle soluzioni collettive. Perché il benessere appartiene a tutti e l’utopia è la missione che la vita ci offre. Senza distinzioni. Siamo a un inizio, ma siamo determinati. Chissà se, nel tempo, saremo anche determinanti. 

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