La sharing economy

Come sta cambiando la società?

 

Questo libro vuole indagare i meccanismi delle tecnologie partecipative, tenendo conto della cooperazione nelle reti digitali e nelle relazioni in carne e ossa.
Dal lavoro alle amicizie, dal concetto d’impresa alla gestione dei beni comuni, dai modelli culturali agli stili di vita, l’epoca della sharing economy rivoluziona mercati e bisogni, in un delicato equilibrio tra la concretezza dei prodotti e la costruzione di valori immateriali e asset intangibili.
La parola d’ordine è cambiamento collettivo, testimoniato nel libro con esempi di imprese e associazioni che desiderano davvero costruire una catena del valore.

 

Titolo: Sharing Economy

Copertina flessibile: 160 pagine

Editore: Hoepli; 1 edizione (10 ottobre 2017)

Collana: Microscopi

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La rassegna stampa:

Girolamo Stabile su Blitz Quotidiano

Quando si parla di economia della condivisione su K-Digital

 

Commenti:

“Se tu hai una mela e io ho una mela e ci scambiamo le nostre mele, allora tu e io avremo ancora una mela a testa. Ma se tu hai un’idea e io ho un’idea e ce le scambiamo, allora ciascuno di noi avrà due idee”- George Bernard Shaw.

La Sharing Economy, prima di essere un possibile modello di microeconomie di mercato, è un comportamento sociale e come tale può diventare uno strumento decisivo per migliorarsi e migliorare.

Può portare un dibattito aperto sul futuro dell’uomo, sull’importanza della condivisione e della collaborazione per la progressiva costruzione di un mondo realmente sostenibile.

Questo è il cardine di quanto esposto nell’ interessante saggio di Davide Pellegrini, specializzato in management della cultura e uno dei massimi esperti sull’ economia della condivisione.

Il libro ci fornisce un percorso concettuale di avvicinamento alla sharing economy che passa dalla precisa definizione dell’interesse collettivo al senso più profondo di una dimensione che va oltre il mercato per divenire modello di vita sostenibile. In questo senso, l’autore avverte più volte nel suo saggio di non cadere nell’equivoco di considerare l’economia collaborativa solo come un aggregato di piattaforme di servizi di economy on demand. Piuttosto, rientrano nel concetto di collaborazione tutte quelle forme di costruzione di comunità di valore che mirano alla riqualificazione e alla valorizzazione di ogni aspetto della vita delle persone.

La voglia di comunità, la cultura, il desiderio di ripartire su dei valori che siano in grado di arginare il degrado, sono questi i fondamenti di una rivoluzione fatta di relazioni più che di interazioni, di manifesti di idee più che di semplici servizi di impresa.

In sostanza questo libro è una profonda riflessione sul recupero di un retaggio storico e culturale. Il mutualismo, la solidarietà, la cultura del gruppo, sono elementi che da sempre caratterizzano il nostro territorio, costellato di esperienze di associazionismo e di cooperazione.

Un saggio, quindi, che ha il merito di inquadrare un fenomeno seguendo un approccio trasversale, con riferimenti ampi e il profondo desiderio di superare la fase di entusiasmo mediatico che rischia di banalizzare la sharing economy e ridurla a un colorato momento di folklore o a una delle tante espressioni del neo-capitalismo digitale.

Mario Montalcini, founder Studio Pragmos, Presindete della Fondazione del Salone del Libro di Torino.

 

 

“C’è un fil rouge che collega le iniziative di Davide partendo dall’Associazione, passando attraverso l’esperienza dello Sharing Festival di Ferrara sino ad arrivare al libro “Sharing Economy”: sottolineare, coniugate con la liquidità del III millennio, le evidenze e le opportunità delle nuove economie (e delle nuove cittadinanze). Il tono è, in ognuna di queste occasioni, minimalista, leggero ma la sostanza no: le testimonianze, i visi ed il sudore delle esperienze traspaiono. Libro essenziale”.

Fabrizio Bellavista, digital transformation consultant e partner “Emotional Marketing Research”.
E’c o-autore del libro: “La Logica del Fluire. Che mercato saremo”

 

 

Oggi il reciprocare rinasce intorno a una rinnovata capacità di riconoscere la comunità come mezzo per prendersi cura di sé e come esito di economie che fanno della produzione e dello sviluppo locale “fatti sociali”. Tutto ciò è possibile grazie a due fattori: la capacità di progettare servizi collaborativi come metodo e il digitale come amplificatore della connettività.” Lo hanno scritto di recente a proposito di nuovo welfare Flaviano Zandonai e Paolo Venturi, esperti di ‘imprese ibride’ come specie emergente in quell’ecosistema che oggi chiamiamo ‘terzo’ settore. E si dà il caso che riassuma bene il senso, o buona parte di esso, della disamina che Davide Pellegrini offre della sharing economy in questo volume dal sottotitolo impegnativo: “Perché l’economia collaborativa è il nostro futuro“.

Sharing economy in rotta di convergenza con l’economia sociale? Quella che il discorso mainstream spesso identifica con una manciata di piattaforme digitali partite da Silicon Valley alla conquista del mercato globale, il concorrente sleale che beffa ogni regola, lo spauracchio che fa insorgere intere categorie professionali, la forma 4.0 dello sfruttamento del lavoro? Ebbene sì. È vero che nomi come Uber e Airbnb ne sono stati a lungo sinonimi, anche perché si prestavano ad imbastire una narrazione immediatamente comprensibile per l’opinione pubblica; il problema è che il piglio arrogante e invasivo di quei pochi ‘scalatori’ ha occupato l’intero orizzonte, ha instaurato per così dire un monopolio di senso prima che di mercato, e impedito di vedere quante altre e diverse declinazioni del nuovo paradigma andavano prendendo forma. Uno dei meriti di questo libro – e basterebbe per raccomandarne la lettura – è proprio questo: che riapre l’orizzonte, scompone la marcia trionfale dei nuovi monopolisti digitali dell’intermediazione tra domanda e offerta in una pluralità ricchissima di esperienze, modelli e percorsi possibili.

Nel libro di Davide Pellegrini questa varietà entra da protagonista e prende la parola. Non è una tassonomia, piuttosto un insieme di racconti o un racconto a più voci, nel senso che lascia volentieri la parola a practitioners dei più vari ambiti e approcci. C’è la piattaforma che organizza tavolate tra sconosciuti e quella per gli spettacoli teatrali in case private; c’è l’esperto di platform design e il visionario che ha trasformato un paesino siciliano in laboratorio artistico a cielo aperto; c’è chi respinge i modelli di sviluppo “esogeni” come appunto la mitizzata Silicon Valley per valorizzare l’irripetibile unicità dell’iperlocale, e chi quei modelli li considera vincenti e da seguire, non da ultimo perché esasperato dalla chiusura asfittica di una cultura imprenditoriale – ahimè la nostra – in cui l’accesso ad alcuni mercati è tuttora presidiato da una mentalità ferocemente corporativa. Mostra insomma quante “sharing economies” sono possibili, anzi già reali. Quotidianamente alle prese con le strettoie del sistema ma caparbiamente intente a mutarlo poco a poco, dal basso e dal di dentro.

Lo fa, oltretutto, con uno sguardo sanamente ‘laico’ rispetto a quella che per tanti critici del paradigma economico corrente resta un’antinomia: vocazione al profitto versus vocazione al sociale e al bene comune. Il giovane startupper a caccia di seed funding e la comunità che recupera un giardino di quartiere, qui diventano leggibili come volti differenti di un unico fenomeno. Profitto e bene comune sono poli di un campo di forza all’interno del quale tutto può, e in un certo senso deve, accadere: essere abilitato, (co)progettato, prototipato, messo alla prova dell’impatto economico, sociale, ambientale… “Il bello della sharing economy”, scrive Pellegrini, “è forse proprio questa capacità di valorizzare il motore relazionale su livelli e obiettivi molto diversi”. La sharing economy è una foresta, non una monocoltura.

Proprio l’Italia, così poco accogliente per le startup in generale e nello specifico per quelle che dell’economia on demand vorrebbero sfruttare le potenzialità di mercato – ma va detto che a volte gli aspiranti nuovi imprenditori della condivisione peccano di ingenuità, tra idee-clone e business models zoppicanti; a loro è dedicata una piccola e utilissima sezione finale di myth debunking – sembra invece possedere l’humus giusto per svilupparne la vocazione più genuinamente comunitaria.

Ovviamente Davide Pellegrini ha ben presente la portata globale del fenomeno, ma il suo focus è il contesto italiano.  Perché sono italiani i suoi interlocutori e qui sono nate le iniziative di cui il libro racconta.  Perché fa capire come tanti originalissimi progetti che oggi compongono il panorama dell’’Italia che condivide’ siano eredi dei movimenti di avanguardia culturale che hanno innervato il nostro Novecento con l’intento di ridefinire il ‘senso comune’, riscoprirsi o rifondarsi come insieme di persone accomunate da un continuo processo di produzione di valori, non solo di beni. Di significati e di relazioni, non solo di transazioni. Perché vede in questo fermento di sperimentazione dal basso una reazione vitale alla nostra realtà più prossima, che sa indagarne i limiti con sguardo critico ma non rassegnato, intercettarne i bisogni, adattarsi creativamente alle sue aree di eccellenza (la cultura, per esempio) e perfino alla vocazione molto nostrana a coltivare l’eccellenza su scala ridotta. Caratteristica che forse, suggerisce Pellegrini, si dovrebbe smettere di vedere come un handicap e assumere invece come punto di partenza, per esplorare le sinergie possibili tra il radicamento territoriale delle PMI innovative e l’ubiquità dell’ambiente digitale.

La sharing economy come la racconta Pellegrini diventa insomma un’angolazione privilegiata per immaginare il futuro di un Paese che sembra faticare molto, moltissimo, a far passare una nuova narrazione di sé proiettata al futuro attraverso i canali tradizionali di co-costruzione del senso, in primis la politica. Può riuscirci la sensibilità di una nuova generazione di imprenditori collaborativi e community builders (nella duplice accezione dell’inglese ‘community’: aggregazione virtuale abilitata da una piattaforma, e rete di relazioni di prossimità sia fisica che valoriale)? La scommessa è questa. Magari la facesse propria anche una nuova generazione collaborativa di policy makers.

Silvia Candida, membro Ouishare Italia, esperta di innovazione sociale.