Il valore della sharing e il calcolo economico

In questi giorni su Forbes è apparso un articolo di Frances Coppola, dal titolo The Sharing Economy is not going to create economic growth, che ha destato interesse e alimentato discussioni. Il nocciolo della questione, secondo l’autrice, sarebbe che il fenomeno sharing nasce dall’idea che la mutua cooperazione possa essere in grado, spingendo migliaia di persone ad auto-organizzarsi tra loro, di far riprendere anzi, rilanciare l’economia. Frances Coppola sottolinea che un settore che prevede che tutti si vendano tra loro oggetti o servizi di fatto punta unicamente al consumo e non alla produzione. Prima di argomentare questa tesi, è importante sottolineare che dal punto di vista della posizione economica, questa critica ha un suo fondamento. Dice Frances:

Se io lavoro in una fabbrica e produco oggetti e normalmente realizzo 80 oggetti in 8 ore, vuol dire che il rapporto di produzione è di 10 oggetti ogni ora. Se io aggiungo 1 ora di lavoro e, dopo 9 ore complessive, ho prodotto 90 oggetti, il numero complessivo degli oggetti prodotti è cresciuto, ma la mia produzione non è cresciuta, mantenendo un rapporto costante tra quantità e qualità di risorse investite e benefits raggiunti in termini produttivi. Per far sì che la produzione cresca in modo effettivo, sarebbe necessario che il management investisse soldi su dei macchinari all’avanguardia per portare la produzione a 20 oggetti ogni ora. 

Non fa una piega. L’autrice riporta l’esempio alla sharing economy: se io, dopo aver lavorato, dedico due ore del mio tempo a guidare per Uber, ho aumentato le ore del mio lavoro, ma non la produttività dal momento che posso fare un lavoro per volta e guidare una macchina per volta. Una cosa diversa sarebbe (aggiungo io a completamento di questa idea), probabilmente se, dopo aver prestato le mie due ore di servizio al giorno per Uber per 1 mese di fila, io cominciassi a investire e crescere e prendere altre macchine e altri autisti, magari a lavorare per me.

Ma, una volta che si arriva alle conclusioni della Coppola ci si chiede: non stiamo di fatto in questo modo riproducendo la filiera del capitalismo che prevede che il rischio d’impresa si realizzi secondo una proporzione che vuole il ritorno decuplicato o centuplicato rispetto alle risorse impiegate? Non stiamo, di nuovo, ragionando in termini di capitale economico, lavoro, proprietario, impiegato? Insomma, in questo modo aumentiamo la produttività, ma torniamo a creare legami di dipendenza e sudditanza tra l’opportunità del lavoro e chi, quella opportunità, ha urgente necessità di coglierla. Anche a costo di diventare uno strumento di lavoro egli stesso e di accettare le condizioni di chi quella opportunità la crea e la gestisce.

La Coppola aggiunge un’altra considerazione: il deterioramento del capitale investito. In economia, spiega, le fabbriche chiudono e licenziano quando i margini di profitto, rispetto ai costi impiegati nella produzione, non possono giustificare la convenienza del rischio d’impresa. Allo stesso modo guidare per Uber ha un costo di produzione che, rapportato al guadagno, non è detto che valga la pena affrontare (la benzina, il tornare a casa nel traffico).

L’argomentazione va avanti ancora, ma a noi bastano queste battute per aprire un dibattito. Sembra piuttosto evidente come l’autrice guardi la questione da un punto di vista di modellizzazione economica dimenticando, però, che la reale rivoluzione della sharing economy, prima ancora di stigmatizzare un comportamento sociale e ridurlo a un meccanicistico paradigma produttivo, sta negli elementi di rottura che ha introdotto.

Primo punto: la questione sociale che tocca la dimensione professionale. L’idea che si sia affacciata la remota ipotesi di valorizzare il tempo individuale ben oltre il sacrificio richiesto dal lavoro nella sua tradizionale forma di dipendenza dal margine del profitto e dell’utile. Che, in parole semplici, vuol dire anche guardare la questione in un’ottica diametralmente opposta. Non è più l’impresa il centro, ma è l’uomo. E l’uomo fa l’impresa quando è libero di valorizzare il suo tempo al di là di schemi fissi e prestabiliti di lavoro. L’uomo finalmente ha capito che il lavoro è una componente, e non la ragione ultima della vita e che, proprio perché si assottiglia il confine con la vita privata, tanto vale affrontarlo in modo responsabile e appassionato e, possibilmente, essere se stessi e non qualcosa di separato. Attenzione, sembra una divagazione, ma non lo è. Le persone che operano nella sharing economy, frequentemente, per età e forma mentis, credono in una rivoluzione. Ed è questo che gli permette di superare l’equivoco limitante della visione econometrica dell’esistenza. Scelgono la collaborazione perché è la loro dimensione naturale: vivono spazi condivisi di lavoro, optano per sistemi aperti e software liberi, credono nel cambiamento dei modelli di consumo per mezzo della costruzione di reti sociali, si immaginano come l’ingranaggio di un sistema in movimento, agile e flessibile (molto al di là di Bauman), e sono là a dirti che è bello lavorare se si lavora liberamente con chi ha desiderio di fare una cosa e la fa con passione, e non è costretto a svolgere una mansione che lo porta all’alienazione e alla difesa. Credono nel gruppo, e non accadeva da tempo.

Secondo punto: la questione politica. Che, scusate, non è poco. La sharing, prima di essere un fenomeno di costume, è una richiesta sociale: quella di venire inclusi in modo coerente nella progettazione e gestione dei beni pubblici. È un po’ di tempo che non ci fermiamo a discutere sulla questione dei diritti di un individuo ma, a fare le pulci, il lavoro sarebbe uno di questi. Lo squilibrio delle eccessive categorizzazioni, classificazioni, intermediazioni e rappresentanze (non è lecito in Italia nominare il termine lobby o associazione di categoria o corporazione senza ferire qualcuno in modo mortale) ha allontanato l’uomo comune dal suo diritto di accedere in modo normale al lavoro, negandogli la possibilità di costruirsi un futuro. Non è un fattore trascurabile. Oggi il peso, in termini di burocrazia e costi, dei processi da mettere in atto per ottenere la semplice possibilità di un impiego è enorme. Anche e soprattutto quando si parli di libera professione che, sappiamo, tanto libera non è dal momento che è in stretta dipendenza a normative spesso molto rigide, difficili e onerose. La questione politica, quindi, è centrale e il popolo della sharing è anche quello che cerca di costruire una società civile portatrice di cambiamento.

Terzo punto: il modello economico. Per molti i progetti e le piattaforme di sharing sono economie della sopravvivenza, come se mettere il fenomeno in relazione alla crisi sia di fatto naturale. La collaborazione non nasce come effetto della crisi o reazione alla crisi. Piuttosto, il modello economico capitalista, che ha esasperato i toni della produzione e causato una sorta di rampantismo individualista e cinico, oggi grazie al fenomeno rigenerato di socialità e di condivisione può finalmente cedere il passo a nuove prassi e sperimentazioni organizzative, e lasciare che il rinnovamento si lasci alle spalle la questione dei margini di profitto per concentrarsi sull’equa ridistribuzione delle opportunità e il miglioramento della qualità della vita. In forma collaborativa, agile, efficace anche per riattivare le funzioni di accoglienza e di ospitalità e cura che un territorio deve saper offrire ai suoi cittadini.

Ecco, quindi, che ci troviamo di nuovo a quel vecchio, consueto spartiacque di sempre. Le piattaforme di sharing economy come attori di una nuova tipologia di intermediazione corporate orientata a massimizzare i profitti, o i progetti di sharing che costruiscono valore sociale. Un divario importante, ancora da studiare. Ma certo è che, per darci una nuova opportunità di crescita, dobbiamo fare lo sforzo di allontanarci dall’angolo prospettico da cui abbiamo scelto di guardare il mondo. Solo allora succederà davvero qualcosa.  

Share