La rete dei coworking italiani

STATI, REGIMI TRANSNAZIONALI E GRUPPI INDIGENI: LA COSTITUZIONALIZZAZIONE DELLA RETE DEI COWORKING ITALIANI

Pur con tutte le differenze, le collisioni costituzionali hanno in comune il fatto che la tecnica del rinvio del diritto delle collisioni classico appare sempre poco adatta. Vanno invece sviluppate norme materiali di un diritto costituzionale transnazionale secondo un approccio common law. La sua peculiarità consiste nel non essere sviluppato da alcuna istanza centrale gerarchica per l’intero ordinamento, ma dagli stessi regimi che si scontrano.Pur con tutte le differenze, le collisioni costituzionali hanno in comune il fatto che la tecnica del rinvio del diritto delle collisioni classico appare sempre poco adatta. Vanno invece sviluppate norme materiali di un diritto costituzionale transnazionale secondo un approccio common law. La sua peculiarità consiste nel non essere sviluppato da alcuna istanza centrale gerarchica per l’intero ordinamento, ma dagli stessi regimi che si scontrano.Pur con tutte le differenze, le collisioni costituzionali hanno in comune il fatto che la tecnica del rinvio del diritto delle collisioni classico appare sempre poco adatta. Vanno invece sviluppate norme materiali di un diritto costituzionale transnazionale secondo un approccio common law. La sua peculiarità consiste nel non essere sviluppato da alcuna istanza centrale gerarchica per l’intero ordinamento, ma dagli stessi regimi che si scontrano.Pur con tutte le differenze, le collisioni costituzionali hanno in comune il fatto che la tecnica del rinvio del diritto delle collisioni classico appare sempre poco adatta. Vanno invece sviluppate norme materiali di un diritto costituzionale transnazionale secondo un approccio common law. La sua peculiarità consiste nel non essere sviluppato da alcuna istanza centrale gerarchica per l’intero ordinamento, ma dagli stessi regimi che si scontrano.Pur con tutte le differenze, le collisioni costituzionali hanno in comune il fatto che la tecnica del rinvio del diritto delle collisioni classico appare sempre poco adatta. Vanno invece sviluppate norme materiali di un diritto costituzionale transnazionale secondo un approccio common law. La sua peculiarità consiste nel non essere sviluppato da alcuna istanza centrale gerarchica per l’intero ordinamento, ma dagli stessi regimi che si scontrano.
(Gunther Teubner, Nuovi conflitti costituzionali, Bruno Mondadori, 2012)

Partiamo da una metafora, usando Teubner e i suoi studi sul costituzionalismo contemporaneo, per parlare di coworking.
Abbiamo dei gruppi indigeni, i coworking, con il loro comunitarismo, che agiscono su regole condivise dai membri della comunità.
Abbiamo le norme statuali, che non riescono a incasellare il fenomeno all’interno dei regolamenti esistenti, e quando ne producono di nuovi, faticano a cogliere il carattere “common” del fenomeno.
Abbiamo poi i regimi transnazionali, i flussi, che normano l’agire dei gruppi ben più che le norme del diritto.

Espresso coworking è una rete diffusa dei coworking italiani, informale, non gerarchizzata, che finora ha scelto una via lean di organizzazione.
Ha scelto semplicemente di far incontrare il variegato mondo degli spazi di coworking senza apporre un brand all’organizzazione, ma ponendo viceversa dei temi di confronto, a cui ciascuna realtà ha fornito, nel corso degli anni, risposte tanto parziali quanto significative.
Ha scelto dei luoghi di incontro nelle grandi città, ma anche nelle provincie, al nord al centro e all’estremo sud della penisola. Coworking urbani ma anche avamposti decentrati di autorganizzazione del mondo del lavoro free lance, del precariato, delle start up innovative, delle PMI artigiane, delle reti professionali.
Cosa sono questi coworking? Luoghi di “resistenza”? di cooperazione, mutualismo, innovazione sociale, laboratori di nuove imprese tecnologiche, acceleratori, nuovi centri per l’impiego, Terzo settore del nuovo millennio? Tutto questo insieme, tentare una classificazione che non presupponga l’ibridità di queste realtà non ne coglierebbe la ricchezza.

Avamposti decentrati abbiamo detto, ma anche reti di spazi transregionali, grandi strutture come piccole realtà. Forse proprio nell’ultimo incontro di Espresso coworking a Racale, in provincia di Lecce, tra i tanti partecipanti si è raggiunta la consapevolezza che questa eterogeneità di esperienze costituisce un patrimonio collettivo straordinario, tanto ricco, quanto fragile se non si “costituzionalizza”, appunto, come sopra.

Prima di tutto, il mutualismo. La ricchezza della rete è tale proprio perché associa realtà dalle caratteristiche economiche, di posizionamento geografico, di dimensioni molto differenti, e proprio questa eterogeneità garantisce una diffusione capillare degli spazi per tutta la penisola.
La cooperativa Smart, che associa migliaia di lavoratori autonomi di vari settori in un’organizzazione mutualistica transnazionale, è un nostro partner, e contribuisce a ridisegnare un welfare per gli autonomi partendo proprio dalle nostre realtà territoriali. Così come tante piattaforme di sharing, che in un’ottica collaborativa creano nuovi valori, economici e non. Abbiamo deciso di affrontare il processo costituente partendo dalle pratiche, non dalle regole.

A Sharitaly, il 6 dicembre, terremo il panel “Smart platform: aziende, coworking e lavoro agile”, una prima grande occasione costituente che definisca struttura e regole partendo dalle pratiche.
Ora concretamente, dopo che lo abbiamo annunciato per anni, abbiamo sotto gli occhi il cambiamento del mondo del lavoro.
I lavoratori dipendenti si avvicinano sempre più ai free lance, operando, attraverso i contratti di smart working, negli stessi luoghi che abbiamo attivato ormai diversi anni fa, anche in previsione di tali eventi.
I contratti di smart working possono costituire un’occasione per gli spazi di coworking di dialogare con le grandi imprese, mostrando inoltre quanto le nostre strutture siano “spazi di apprendimento emergenti”, come ricorda la ricerca dell’ISFOL.

E quindi una piattaforma nazionale degli spazi di coworking può mostrare la vera ricchezza delle nostre strutture, che non è costituita né dagli edifici, né dalle performance delle connessioni, né dal design degli arredamenti, ma dalle competenze e dalla generosità delle community che alimentano tali spazi.

Un progetto di piattaforma che faccia incontrare spazi di lavoro collaborativo diffusi e imprese interessate allo smart working per i propri dipendenti, che si caratterizza per un modello cooperativo animato direttamente dai “produttori” dei servizi, ovvero i coworking manager e i gruppi che organizzano e animano il coworking ogni giorno.
L’approccio è quello delle cooperative platforms, secondo i modelli della P2P Foundation di Michel Bauwens. Logica quindi collaborativa e non estrattiva, con lo scopo di creare valore sociale condiviso.

Ma gli spazi collaborativi di lavoro sono eterogenei: associazioni, cooperative, start up, società di persone, di capitali… Di fatto non esiste un contenitore specifico per queste strutture ibride. Non esercitando inoltre attività assimilabili a quelle elencate nel nuovo Codice del Terzo Settore (DECRETO LEGISLATIVO 3 luglio 2017, n. 117) e nel decreto riguardante le Imprese Sociali (DECRETO LEGISLATIVO 3 luglio 2017, n. 112), di fatto i soggetti giuridici che gestiscono attività di coworking non si potranno definire Enti del Terzo Settore.

In tal senso le attività dei coworking si ridurranno al mero affitto di scrivanie, non venendo riconosciute in alcun modo come attività di interesse generale:
– l’economia collaborativa;
– l’animazione territoriale;
– l’accessibilità e la non discriminazione/selezione degli utenti;
– le forme di organizzazione delle forze produttive secondo modalità collaborative e non competitive;
– le forme di mutualismo a favore dei lavoratori autonomi, free lance e microimprese;
– il sostegno alla nascita di nuove imprese attraverso l’aggregazione di singoli professionisti;
– i servizi di informazione sui diritti di chi svolge lavori indipendenti, sulle forme di finanziamento ai lavoratori e alle imprese, le attività formative e di aggiornamento professionale, sportelli informativi sull’avviamento di nuove imprese e tutoraggio delle imprese già avviate.

Qui, se le forze politiche, ma anche le principali organizzazioni di rappresentanza del Terzo settore, non dimostreranno una sensibilità al tema, rischiamo di ostacolare (inconsapevolmente?) un passaggio verso nuove forme di innovazione sociale e di welfare di comunità auto-organizzato, a fronte della totale assenza di politiche che rispondano ai nuovi bisogni delle comunità in tema di occupazione, welfare e diritti di cittadinanza.

Quanto finora citato ci impone delle scelte: non possiamo stare a guardare lo svolgersi di processi, che siano dettati dalle nuove forme che il lavoro postfordista assume o da leggi nazionali incapaci di interpretare la complessità del contemporaneo, senza tentare di condizionarli, o quantomeno di porre in essere e formalizzare quelle procedure di responsabilità sociale che contraddistinguono il nostro agire collettivo.
Noi ci siamo.

 

 

 

 

Enrico Parisio

 

 

 

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