Le città impossibili

Vivere in città. Partiamo dal presupposto che, se dovessimo seguire una linea purista, bisognerebbe andare a vivere sulle Meteore greche proprio là, appena sotto Kalambata, tra i Pope barbuti che ogni tanto sbucano da qualche umido sacrario.

Diciamo pure che non c’è mai stata una ricerca su questo tema che fosse uguale all’altra. Ma, a ben vedere, con la ricerca sulla qualità della vita nelle città italiane pubblicata dal Sole 24 Ore si conferma l’andamento negativo delle realtà urbane di grandi dimensioni. Non è mai bello citare se stessi e, di solito, è un atteggiamento disturbante che cerchiamo di evitare. In questo caso, però, dovrò fare un’eccezione. A volte l’eccesso di timidezza non giova.

Dirò, quindi, che da tempo dalle pagine di questo sito web abbiamo sottolineato come negli ultimi anni sia in atto una nemmeno troppo sotterranea tendenza a lasciare la grande città in favore di luoghi decentrati, a misura d’uomo, dove sia possibile costruire comunità, valorizzare il genius loci e impegnarsi in uno sforzo collettivo di progettazione di soluzioni come risposta al complesso vivere di questi tempi. Si parla di comunità aperte, dove il turn over delle presenze è una garanzia di spambio e di ricchezza; e, visto che siamo nell’era degli algoritmi, vale la pena sottolineare che tutti questi legami, questi passaggi e incontri che accadono in luoghi remoti, hanno il senso di contribuire alla riscrittura di un equazione della felicità, esattamente come dovrebbe essere in una qualsiasi altra situazione di resistenza culturale. Sì, perché l’accamparsi di molti innovatori in zone franche ha il valore di un’avanguardia, ne sono sempre più convinto, non fosse altro per la determinazione nel non piegarsi a un establishment che tende all’azzeramento di ogni istanza culturale e politica.

Voglio riportare un passo del libro che ho appena pubblicato per Hoepli, dal titolo Sharing Economy, perché l’economia collaborativa è il nostro futuro.

Un passaggio che si intitola Città, periferie e territori.

Rispetto alle interpretazioni che pongono al centro la capacità attrattiva delle città, si sta sempre più verificando un fenomeno di spopolamento che, in qualche modo, premia il modello policentrico. In un bell’articolo per Che Fare,

Giovanni Vecchio – PhD in Urban Planning al Politecnico di Milano, con ricerche attive nelle università di Cardiff, Wageningen e Bogot.-La Salle – si chiede quale possa essere il ruolo della mobilità nel nostro prendere parte alla vita sociale e lo fa partendo da un assunto: la città non può esistere senza le interazioni permesse dalla mobilità (cita Melvin Webber, che negli anni Sessanta affermava: “It is interaction, not place, that is the essence of the city and of city life”). Vecchio sottolinea come oggi, pi. che di città, occorra parlare di urbano, inteso come l’insieme delle pratiche di uno specifico modo di vivere fatto di attività quotidiane e dinamiche sociali, culturali ed economiche.

Se da un lato, infatti, i fenomeni del pendolarismo e della massificazione continuano a raccontarci il contesto urbano come l’unica area di influenza che – grazie alle opportunità professionali, alla dotazione di servizi e alla concentrazione di attività dal presunto potenziale interconnettivo – consente alle persone di godere di un laboratorio di sperimentazione a cielo aperto, dall’altro – se intendiamo la mobilità come cambiamento e ritrovata libertà – dobbiamo ammettere che negli ultimi anni si sia verificato uno spostamento dalla costipazione della

sopravvivenza urbana all’esaltazione, anche retorica, di possibili alternative.

Quella previsione di Città Creativa che nel 2006 Richard Florida aveva condiviso con il mondo tramite il suo bestseller L’ascesa della nuova classe creativa, facendosi portavoce di un manifesto che vedeva gli esponenti del mondo creativo (ingegneri, ricercatori, stilisti, uomini di cultura, artisti, esperti di digitale) come motore di riqualificazione e rilancio delle aree cittadine a pi. alto tasso di gentrificazione, si è alla fine

scontrata con una congiuntura storica ben diversa. La formula Talento, Tecnologia e Tolleranza, infatti, non ha preso in considerazione la veloce trasformazione delle città in roccaforti di malcontento sociale che hanno messo in contrapposizione un elettorato democratico e liberale con un ceto impoverito, arrabbiato e coinvolto in visioni antisistema di matrice populista.

Vincenzo Bisbiglia e Samuele Cafasso, dagli spazi di Pagina99 – dopo aver segnalato la correzione di Florida, che ha intitolato il suo nuovo libro Crisi urbane: come le nostre città fanno crescere la disuguaglianza, incrementando

la segregazione e facendo fallire la classe media, e cosa possiamo fare – descrivono la situazione di Milano che, però, potrebbe essere presa a esempio dalla maggior parte delle grandi città italiane.

Il nodo principale sembra essere la contrapposizione tra centro e periferia. Con periferia si intendono delle aree dormitorio costruite attorno a vasti centri commerciali, dove prevale un senso di emarginazione e le uniche interazioni possibili sono date dalla sequenza di produzione, distribuzione e consumo al di fuori della quale non può esistere alcun principio di relazione solidale. Nella dialettica centro-periferia, d’altro canto, prendono forma le dinamiche che stanno portando le persone a recuperare il senso dei territori esterni al contesto urbano. La periferia, infatti, pur aspirando a essere città, di fatto, una rappresentazione della sua resistenza a integrare processi di distribuzione delle opportunità. La difficoltà della Città Sociale Cooperante, il suo possibile

fallimento, è tutto nella dispersione di energie utilizzate dagli abitanti per resistere alla complessità ingestibile degli attuali contesti e per far fronte ai tanti contrasti della dimensione cittadina. Ed è forse questo il motivo per il quale si sta riaffermando un’interpretazione della vita sostenibile di ben più ampia visione. Che siano piccoli centri o frazioni di territorio, nei “luoghi” esterni si riafferma la narrazione dell’alternativa e prende forma la costruzione collettiva e condivisa del nuovo ambiente abitabile, in grado di trattenere e migliorare l’esperienza di scambio e relazione (grazie anche alla tecnologia) necessaria a sperimentare un fare comunitario che nelle metropoli, oggi, appare quasi impossibile.

Va notato che, nelle grandi città, i processi di innovazione in vitro (incubatori, coworking, fab-lab) spesso trovano come principale ostacolo alla reale applicazione dei propri progetti la frammentazione del vivere comunitario in una serie infinita di nicchie subculturali e microappartenenze momentanee che non consentono la costruzione di

un’identità di gruppo ben precisa. Prevale, cioè, quell’interpretazione dell’innovazione orientata al coinvolgimento momentaneo di utenti più che alla costruzione di relazioni, o, per dirla in altre parole, lo sforzo

di metter assieme un pubblico piuttosto che la fruizione reale di un’esperienza su medio-lungo termine.

In un articolo uscito per Che Futuro dal titolo I luoghi dell’innovazione, ripartire dal territorio, si faceva il punto sulle filiere temporanee, connessioni aperte, reti di comunità.

In un quadro del genere non stupisce il senso della ricerca del Sole24 Ore, che vede Belluno, Aosta, Sondrio, Bolzano e Trento come cinquina dei luoghi con il miglior punteggio di qualità della vita. Un’indagine importante, che potete esplorare voi stessi e che, ancora una volta, è un prezioso indicatore della gravità della situazione italiana e dei suoi preoccupanti ritardi.

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