Coworking e piattaforme collaborative

Di Enrico Parisio, Founder Millepiani Coworking

 

Nella splendida cornice di Racale (LE), a fine settembre si è svolta la sesta “non conferenza” dei italiani. Un appuntamento annuale che costituisce ormai da anni un termometro sullo stato di salute degli spazi collaborativi di lavoro nel nostro Paese.

Di acqua ne è passata sotto i ponti, e i dati puramente quantitativi ci dicono quanto il fenomeno coworking è tutt’oggi in espansione. Secondo la recentissima ricerca di Enea, “Coworking che?”, risultano ad oggi attivi a livello nazionale 588 centri di coworking, 337 situati nelle regioni del Nord Italia, 161 del Centro e 90 del Sud e delle Isole. Di questi, 423 sono collocati in Comuni capoluogo di Provincia e 165 in Comuni non capoluogo.

Rispetto agli ultimi dati strutturati sul tema, la ricerca “Work together-right now” della Fondazione Ivano Barberini (maggio 2014), dove si contavano 246 strutture a livello nazionale tra coworking e Fablab (61% nel nord Italia, 24% nel centro, 15% nel sud e isole), abbiamo un dato sostanzialmente raddoppiato.

Interessante notare che la ricerca del 2014 riportava il dato che il 45% delle strutture aderiva a network o franchising di livello nazionale o internazionale, mentre il dato attualmente scende al 38%. Siamo di fronte di nuovo alla tendenza al particulare tipico della nostra PMI?

Cerchiamo di capire, all’interno del dato numerico, le qualità del fenomeno.

Dov’è la qualità?

Innanzitutto, ragionando sull’identità, è bene ricordare il Manifesto internazionale del coworking, promosso dalla rete wiki.coworking.org, network mondiale degli spazi collaborativi. Questi i principi “costituzionali” che animano, o dovrebbero animare, gli spazi:

  • collaboration over competition
  • community over agendas
  • participation over observation
  • doing over saying
  • friendship over formality
  • boldness over assurance
  • learning over expertise
  • people over personalities
  • “value ecosystem” over “value chain”

Principi a dir poco impegnativi, quasi rivoluzionari, ai quali fa eco il Platform Cooperativism di Michel Bauwens e della P2P Foundation.

Sicuramente questo è lo spirito e  queste sono le pratiche che intercetta Espresso coworking, una rete decentrata, non gerarchica, animata da veri e propri spazi di coworking, fab lab, esperienze di rigenerazione urbana, cooperazione sociale, acceleratori di imprese, associazioni di promozione sociale… tutti presidi territoriali che costituiscono dei punti di riferimento e di aggregazione sociale nei tanti non luoghi del nostro Paese.

Creazione quindi di valore, reddito, diritti, mutualismo, innovazione sociale, attraverso l’autogoverno e la cooperazione praticate in dispositivi aperti, inclusivi, accessibili per definizione: in sostanza beni comuni.

La riforma del Terzo settore

Non a caso a Racale si è ragionato sulla recente riforma del Terzo Settore che, definendo gli ambiti di azione dei nuovi Enti, di fatto esclude le strutture ibride dei coworking, operanti tra impresa e cooperazione sociale. Non è stata colta dal legislatore la portata innovativa che tali approcci possono apportare al nostro sistema Paese, nella creazione di valore sostenibile, condiviso e collaborativo, coniugando autoimprenditorialità, innovazione sociale e innovazione produttiva. Di fatto siamo relegati nel “privato” vs “terzo settore”, perpetrando quella definizioni dei sistemi attraverso logiche rigidamente binarie: lavoro/impresa, Stato/mercato, proprietà pubblica/privata, e via dicendo.

Questo non aiuta noi, la stragrande maggioranza degli spazi, e sicuramente il diffondersi dei principi di cui sopra.

Ma può aiutare altri…

Ad esempio le grandi imprese nazionali che vivono sul capitalismo della rendita parassitaria (reti telefoniche, autostradali, patrimonio immobiliare, finanza) che sostengono acceleratori di imprese in allegra compagnia della satrapie universitarie, predicando le pratiche disrupting degli unicorn californiani, per poi fare cassa acquisendo competenze a basso costo, o squallidissime quanto improduttive speculazioni finanziarie, sulle pelle delle start up innovative.

Oppure si riattivano speculazioni nel languente mercato immobiliare, riconvertendo edifici (nelle grandi città ovviamente) a coworking molto “corporate”, previlegiando più che la cooperazione orizzontale tra free lance e microimprese, l’affitto di uffici e scrivanie a prezzi sempre meno accessibili.

Il nostro rimane il Paese che conta il maggior numero di acceleratori di imprese e il minor numero di exit in Europa.

Credo sia giunta l’ora di fare chiarezza nel settore, operare dei distinguo, ribadendo i principi espressi dal manifesto internazionale sopra citato.

Anche perché sia per numero che per qualità, gli spazi collaborativi “autentici” sono di gran lunga più diffusi di qualsiasi rete di franchising a livello nazionale e internazionale. Stiamo parlando di pratiche appropriative attraverso un brand indentitario versus cooperazione sociale. Il lavoro di creazione di comunità collaborative e di animazione territoriale non può essere confuso, in termini di qualità delle strutture, con il design degli interni o con le metrature degli spazi. La logica estrattiva delle piattaforme del capitalismo on demand male si adatta a questo mondo, soprattutto male si adattano i loro algoritmi predatori. Piuttosto la nostra rete autoproduce commons digitali attraverso una logica cooperativa e open source.

Qui sta tutta la sfida, nella nostra capacità di mettere in rete tutta la nostra forza e la nostra ricchezza.

E lo stiamo facendo.

 

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