Riscoprire la cultura del mutualismo – Common Help

Riportiamo qui un articolo firmato dagli artefici del progetto Common Help che, più che una presentazione della propria organizzazione, si offre come un ragionamento a tutto tondo sul fenomeno della sharing economy, nel male e nel bene.

 

Help! I need somebody

Help! Not just anybody

Dopo l’iniziale entusiasmo, il sogno della sharing economy sembra essersi presto tramutato in un incubo: sono sempre più numerosi infatti gli interventi critici che stanno mostrando come il richiamo alla «condivisione» sia il cavallo di Troia dietro il quale si nascondono gli eserciti del capitale, pronti a mettere a profitto ogni cosa, persino le buone intenzioni. Se i cantori del post-capitalismo avevano visto nell’economia delle piattaforme l’«anticamera del comunismo digitale» e la condizione realizzata per un’economia dell’abbondanza finalmente liberata dall’obsoleto principio della «scarsità», ora, alla prova dei fatti, essa somiglia sempre più a quella che Robert Reich ha efficacemente definito come un’«economia di condivisione delle briciole». La sharing economy è divenuta dunque in breve tempo la proiezione distopica del lavoro futuro, il quale, come affermava Lelio De Michelis su Micromega qualche anno fa, si presenta come «una mobilitazione di tutti al lavoro o alla ricerca di un lavoro o a sviluppare nuove tecnologie e nuove applicazioni, senza più distinzione tra tempo di vita e di lavoro, tra mercato e società, tutti a produttività crescente ma ad alienazione anch’essa crescente».

L’oscillazione tra il polo dell’entusiasmo e quello del disincanto, è ben esemplificato dall’uscita di uno dei libri più importanti sul tema, in cui si evoca l’utopia della condivisione pura, What is mine is yours (Roger e Botsman, 2010) e a cui segue, in un ironico e cinico contrappunto, quello di Tom Slee, significativamente intitolato What is yours is mine, dove Slee mette chiaramente in risalto la trasformazione della condivisione in una sorta di rete di relazioni di marketing e finisce per presentare la sharing economy come una tecnica governamentale finalizzata all’organizzazione della vita nella sua totalità. Il dato concreto da più parti rilevato è che mentre una quantità sempre maggiore di valore d’uso è creato «in condivisione» al di fuori delle imprese formali e del sistema finanziario, allo stesso tempo una quota consistente di questo viene trasformato in valore di scambio dalle piattaforme mainstream, le quali si appropriano dell’intero profitto con il potere che hanno di porsi come intermediari tra l’offerta e la domanda. Le piattaforme mainstream sono accomunate dalla capacità di estendere l’offerta di beni e servizi, rendendo fortemente competitivi i loro costi con la conseguenza di degradare ulteriormente le condizioni salariali e di lavoro. Infine, dato non secondario, in alcuni di questi casi il profitto individuale è garantito dal possesso di un bene e dalla sua rendita, il ché in larga parte tende ad escludere piuttosto che includere.

Tuttavia, a ben vedere, quello della sharing economy è e rimane un fenomeno sostanzialmente ambivalente e di conseguenza irriducibile a letture univoche e troppo frettolose. E non solo perché al di sotto dello stesso lemma si celano forme di lavoro, di scambio e di produzione orientate da soggetti (i cosiddetti «peer», o pari), estremamente differenziati: da coloro i quali rispondono a logiche propriamente di mercato e orientate al profitto, benché basate su relazioni di reciprocità (quella che sarebbe più adeguato definire come una rental economy) a coloro che riescono a tenere assieme un’effettiva condivisione (di beni, di tempo, di servizi, di competenze) con un qualche ritorno economico e dove dunque l’«utilità» economica svolge un ruolo nient’affatto centrale. L’economia della condivisione rimane inoltre un fenomeno ambivalente anche e soprattutto perché esso si alimenta degli effetti della crisi (oramai) permanente che ha colpito le nostre economie. Non solo in virtù del fatto, di estrema importanza, che questo genere di economia attecchisce e si diffonde allorché cresce a dismisura la disponibilità (specialmente giovanile) di offrire lavoro gratuito o semi-gratuito. V’è infatti un altro elemento da sottolineare: la fraseologia improntata alla condivisione e alla reciprocità non è solo il frutto di un inganno linguistico. L’economia della condivisione sembra infatti nutrirsi di tutto quell’insieme di attività di auto-aiuto, scambio di favori e mobilitazione di risorse sotto-utilizzate (che siano beni fisici o competenze) tipiche del modo di reagire alle fasi di stagnazione e di aumento della povertà. Insomma, a divenire il perno del capitalismo delle piattaforme è la stessa «resilienza» degli impoveriti, di quelli con l’«acqua alla gola», i quali si trovano a compensare con la condivisione di beni e di conoscenze, la scarsità di mezzi e di lavoro. È su questa stessa base che abbiamo pensato di inserirci nel flusso della sharing economy, consapevoli che una volta smaltita la sbornia e dissipata l’iniziale ingenuità, occorra ora procedere con la sperimentazione, per quanto parziali queste possano essere.

Da questi presupposti nasce Commonhelp, un sito di servizi, luogo virtuale di incontro tra competenze, esigenze e affinità. Commonhelp si propone ed ambisce ad essere un hub del lavoro autonomo di ultima generazione. Dopo più di un anno dall’inizio di questa scommessa siamo soddisfatti della partenza e pronti a riformularla: abbiamo intanto prodotto decine di siti web, progetti grafici e multimediali, gestione di eventi complessi (festival e singoli eventi). Ed ancora revisioni di testi accademici, traduzioni da e verso lingue molteplici, stesura di progetti europei e locali.

Precari di ultima generazione, lavoratori autonomi per scelta e (più spesso) per costrizione, abbiamo visto come attorno a noi, e a partire da noi, si rendesse necessario costruire reti e relazioni mutualistiche, praticare forme di collaborazione inedite, mettere a valore le competenze informali acquisite negli anni dedicati alla formazione ufficiale e all’acquisizione di titoli. Come ha sostenuto Giacomo Pisani (http://www.euronomade.info/?p=6818), molte delle esperienze di condivisione (coworking, cohousing, crowdfunding) «non solo nascono spontaneamente sul terreno della cooperazione, creando spazi di condivisione e di autogestione e producendo autonomamente valore economico nella crisi, ma suppliscono sempre più spesso, attraverso la solidarietà e il mutualismo, alla strutturale insufficienza di un welfare tarato sul lavoratore salariato, subordinato, proprietario almeno della forza-lavoro».

Il progetto di Commonhelp può essere inserito all’interno di quel campo di ricerca, il platform cooperativism, recentemente definito e censito da Trebor Scholz ( Platform Cooperativism Challenging the Corporate Sharing Economy) come quell’insieme di sperimentazioni pratiche che puntano a riscoprire i principi originari del movimento cooperativistico, come quelli della solidarietà e della redistribuzione, inserendosi nell’alveo dell’economia delle piattaforme ma contrastandone concretamente gli effetti di sfruttamento e di monopolio privatistico. In questo senso, abbiamo provato a ripensare i due concetti del «lavoro comune» e del «mutualismo», mettendo in rete competenze, esperienze e relazioni nella convinzione che la condivisione, così riformulata, possa produrre due effetti: da un lato, ampliare le possibilità di reperire reddito da lavoro e, dall’altro, di esercitare un maggiore potere di intermediazione tra l’offerta e la domanda di lavoro. Com’è noto, è proprio da quello stesso potere di far incontrare l’offerta e la domanda che le piattaforme mainstream estraggono profitto e rendita. Agire dunque «a monte» dello scambio di mercato, controllando e decidendo comunemente la qualità e la quantità del lavoro, e «a valle», sperimentando modalità di redistribuzione mutualistica delle risorse.

Siamo consapevoli della parzialità dell’esperimento: è infatti per noi centrale stabilire connessioni e alleanze tra esperienze simili che proprio in questo periodo si stanno da più parti diffondendo, fare in modo che da questo incontro si formino delle reti e delle infrastrutture a cui ognuno può riferirsi per ampliare a potenziare la propria esperienza. Al tempo stesso, però, siamo consapevoli che per superare l’oscillazione tra l’ottimismo e il pessimismo tipico del dibattito sulla sharing economy, occorra fin da subito raccogliere e mettere in comunicazione quei prototipi che provano ad esercitare dall’interno una critica all’economia delle piattaforme. Solo in questo modo, forzando le regole del gioco, sarà possibile sfidare il cinismo e aprire nuovi orizzonti di possibilità.

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