L’anno della cultura

L’anno del tanto annunciato governo del cambiamento è anche l’anno dei tagli alla cultura. 4 milioni in meno per gli esercenti cinematografici, 1,25 milioni per le librerie, 375.000 euro per le case editrici, 2.350.000 in meno per i centri di responsabilità a supporto dei Musei, tagli pesantissimi al Bonus cultura per i 18enni. La situazione è ancora più grave se rapportata allo stato di analfabetismo in cui versa il nostro Paese. Non si tratta ormai di rispolverare una vecchia retorica secondo la quale la cultura fa bene, cosa peraltro vera, ma di affidarsi al puro buon senso. Non abbiamo molto altro da offrire. Non nell’inseguimento dei trend dell’innovazione che, pericolosamente, rischiano di diventare vetrine per momentanee keyword da cavalcare. Non per l’anti-cultura dell’imprenditoria giovanile a tutti i costi, compressa in una galassia di incubatori, acceleratori, premi, concorsi. Non per sostenere ricette di assistenzialismo o populismo giocati sul versante dell’argine alla disperazione. Non è nella sopravvivenza giorno per giorno che si costruisce il futuro.

Ci sono diversi fattori che lasciano perplessi. Voglio prenderla sul versante della sharing economy. Tempo fa mi ero deciso a mappare il terreno dei progetti culturali che seguono approccio collaborativi. Ho inseguito e scovato alcune realtà sorprendenti. Poi, mi sono detto che non esiste alcuna associazione, organizzazione, struttura che non proponga una dimensione di partecipazione, creazione di community, interlocuzione con altri operatori. La dimensione collaborativa è parte imprescindibile del fare cultura perché è e vuole essere un processo di crescita condivisa. 

Qui arriva il secondo punto. La crescita che, a furor di popolo, è diventata la spada di Damocle dell’uomo comune. Crescita intesa come opportunità di lavoro, come guadagno, in alcun modo per ora contemplata come crescita culturale, crescita sociale, civica e civile. Perché? Se analizziamo l’uso di alcune terminologie, scientificamente divulgate al fine di generare paura, viene fuori che molte di queste sono assolutamente astratte. Il PIL, prodotto interno lordo, nel suo rapporto con lo Spread, un concetto economico che pochissimi sanno davvero cosa voglia dire e come rapportarlo agli effetti di una vita reale. Soprattutto quest’ultimo incombe come uno spettro di povertà e devastazione. Quando la minaccia si fa così eterea, intangibile e vacua, la persona cerca di rispondere con un eccesso di concretezza, attaccandosi con tutta la forza di cui dispone alle certezze più solide e misurabili. La cultura non veicola benefici materiali, non ha le proprietà dei prodotti esposti al supermercato, non offre le certezze dell’appagamento del possesso e del consumo se non in senso edonistico. È un bene aleatorio, qualcosa che darà i suoi frutti nella lenta maturazione di una visione del mondo e nell’acquisizione di un giudizio critico che è la sola cosa che rende liberi, forti, utili. La cultura porta dei benefici nella misura in cui gli attribuiamo valore.

Il Sole 24 Ore riporta il dato del risparmio di 29 milioni sugli investimenti a favore del MIUR, 14 milioni per l’istruzione scolastica, 15 per la formazione universitaria e post universitaria. Un dato devastante se si pensa che nel 2017 l’Istat ha stimato che solo il 60,9% della popolazione di 25-64 è in possesso di un titolo di studio secondario superiore; valore distante da quello medio europeo (77,5%). Tutto fa sembrare un’inversione di rotta, dove l’interventismo caotico delle istituzioni si fa forte della crisi fino a perdere il disegno di un progetto lungimirante di ricostruzione delle competenze. E forse, non per caso. L’identikit dei poteri di governo racconta chiaramente l’imbarazzo di personalità molto lontane dall’istruzione, dal lavoro della cultura. Qualcosa che, non conoscendo, non possono ritenere una priorità.

Nel libro Sharing Economy, edito nel 2016 da Hoepli, ho già manifestato il mio pensiero rispetto al settore cultura in rapporto alle opportunità o meno delle tecnologie partecipative. La mia idea, prima di ogni entusiasmo positivista, è che oggi fare l’operatore o il progettista culturale sia in parte rispondere a una missione che deve inquadrare la produzione di contenuti all’interno di processi più densi e complessi di riqualificazione sociale. Un’operazione se volete di trincea, d’avanguardia, nella misura di ciò che di buono si contrappone alla banalità dell’ignoranza dilagante. Per arrivare a questo obiettivo, e perché ne valga la pena è necessario lavorare su percorsi di senso, su progetti dal forte impatto, su sistemi in sostituzione delle tanto gettonate reti. Le organizzazioni che lavorano nell’ambito dell’innovazione sociale e culturale sono da considerare delle zone franche e fin tanto che non costruiranno piattaforme territoriali interconnesse, cosa che potrebbe essere favorita dal blockchain ad esempio, resteranno fatti e proposte sporadici e, perciò, trascurabili. Non possiamo quindi, al contrario del mercato dei servizi, ridurre la portata della cultura alla semplice applicazione del modello peer to peer on demand di tipo tecnologico. Non sarebbe la valutazione giusta. Lo scopo semmai è di offrire alla comunità tutta un’imperdibile occasione di crescita e di acquisizione di consapevolezza e di coscienza. L’innovazione non può più permettersi di scindersi da questa finalità politica. Così, riportare a una sana convergenza l’educazione e la formazione con la cultura, facendole dipendere l’una dall’altra deve diventare un modo di interpretare la strategia di rilancio del settore, in modo da generare cittadini prima, lavoratori poi.

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