L’utilità della collaborazione

di Davide Pellegrini

 

Il momento attuale è molto complesso. La sharing economy, e tutto quello che questa definizione comprende può offrire un’interpretazione. Joseph Schumpeter è un stato un economista austriaco, noto per la sua teoria sullo sviluppo in cui descriveva l’alternarsi di fasi espansive a fasi recessive. In una parola, Schumpeter si faceva portavoce di quella cultura dell’equilibrio dinamico che, nella diversificazione di processi e prodotti del ciclo economico, permette a un imprenditore di investire capitali, impiegare risorse e aprire nuovi mercati in nome del progresso e dello aviluppo. Va da sé che il cambiamento, che è il vero valore della società innovativa, segue un tempo medio-lungo in cui all’affermarsi della novità, per così dire, fa da riscontro un momento fisiologico di creatività distruttrice (quando, in un certo senso, il potere di alcuni mezzi non viene domato in funzione di una strategia gestibile e del raggiungimento di obiettivi misurabili. Una fase caotica, ma costruttiva).
Nel libro a cura di Jaques Attali, Il senso delle cose, che ospita numerosi e interessanti saggi sulla cultura contemporanea, in un dialogo tra l’economista francese Vincent Champain e il Presidente di Microsoft International Jean-Philippe Courtois, parlando proprio del noto colosso del mondo hi tech si fa riferimento al triplice effetto benefico della tecnologia sul sistema sociale e produttivo, nel momento in cui riesca a farsi interprete del contesto contemporaneo e, magari, a intercettare i grandi cambiamenti epocali. Certamente, Microsoft ha avuto dalla sua una serie di importanti elementi: la dinamica di Schumpeter, tra innovazione e stabilizzazione di un gigantesco mercato, la capacità di favorire con le proprie tecnologie una migliore opportunità di formazione e aggiornamento delle competenze (la tecnologia come strumento di open knowledge) e, in ultimo, il capitale impressionante di relazioni con le migliore menti al mondo in termini di consolidamento di una catena del valore che oggi, tra patrimonio conoscitivo e soft skills, fa dell’azienda Microsoft uno dei principali hub di creatività al mondo.

Cosa succede, oggi, con la sharing economy?

Per capire la portata del fenomeno, occorre aprire alle interpretazioni della sociologia, dato che ci troviamo di fronte all’affermazione di nuovi comportamenti sociali prima che di modelli produttivi. La produzione, in un certo senso, è la conseguenza della conquista di nuovi stili di vita. Ad esempio, l’assottigliarsi della linea di demarcazione tra vita professionale e vita personale non è solo la conseguenza di una crisi, ma è la trasformazione di un mondo globalizzato in cui le tecnologie hanno permesso la completa riconfigurazione del ruolo del singolo nel sistema sociale e l’affrancamento del lavoro da uno schema istituzionalizzato su base oraria e di funzione. Oggi, in realtà, si può lavorare ovunque e, soprattutto, il criterio del posto fisso è stato superato di slancio dall’idea che il lavoro sia misurabile secondo un principio di raggiungimento dell’obiettivo che implica, inoltre, una necessaria responsabilizzazione da parte del lavoratore, non solo riguardo alla propria azienda, ma anche rispetto alla società civile. Oggi si lavora nella condivisione del carico di responsabilità, sia dal punto di vista dei grandi gruppi che di quello dei singoli lavoratori, sempre più chiamati a prendere decisioni rispetto all’urgenza di contrastare lo scivolamento del sistema nella precarietà, nel degrado, nella povertà, nella violazione dei diritti. La creazione, da parte di molte aziende, di un codice etico e di un manifesto di valori è un primo passo verso un pieno coinvolgimento ai fatti del mondo. Si comincia, del resto, a ragionare sulle benfit corporation, realtà produttive di tipo aziendale che già all’inizio del loro costituirsi in organizzazioni giuridiche condividono la missione di responsabilità sociale.

Champain cita Bowling Alone, scritto nel 1995 dallo studioso di scienze politiche americano Robert D. Putnam, che faceva notare come le dinamiche di coesione sociale, che si traducevano nel fare gruppo durante il tempo libero, con ricadute importanti negli spazi della vita civile, associativa, politica, culturale, siano pian piano scomparsi creando una sorta di impoverimento generale. Va detto che, l’analisi di Putnam si concentra sulla storia sociale dell’America a partire dagli anni ’50 e, quindi, va presa con il dovuto rispetto e opportuna distanza critica, anche se dal canto suo offre una chiave di lettura che riguarda tutte le società. Quello che è venuta meno, secondo Putnam, è la fiducia. La fiducia nella politica, la fiducia nel cambiamento in meglio che la cultura del progresso, di stampo positivista, di per sé porta, la fiducia nell’efficacia dell’auto-organizzazione dal basso rispetto alla politica dominante, la fiducia nel riuscire a determinare un’influenza sui grandi cicli economici. La fiducia è la moneta che è venuta a mancare. Ora: se analizziamo qullo che è successo nel nostro sistema sociale, non possiamo non notare che quell’incredibile fermento e ricchezza di contenuti degli anni ’70 ha cominciato a entrare in una crisi sistemica nel ventennio a seguire fino all’attuale situazione. Uno dei più lucidi analisti di queste trasformazioni è stato ed è Zygmut Bauman, grande sociologo terrorizzatore della modernità (anche se sarebbe più giusto definirla post-modernità) liquida. Nel 1992 lo studioso descriveva la lenta, ma inesorabile decadenza del ceto intellettuale che da legislatore improvvisamente ha cominciato la sua trasformazione in interprete della contemporaneità. Già a partire dagli anni ’80 l’economia delle lentamente, ma inesorabilmente, scivolava nel suo contrappunto mercantile. Cominciava quell’esasperazione della logica del profitto e del consumo che avrebbe invaso i gangli vitali del pensiero sul mondo contemporaneo e che avrebbe trovato, in modo altrettanto lento, e altrettanto inesorabile, la resistenza di alcuni geniali innovatori come Richard Stallman (Free Software Foundation, 1985) e Linus Torvald (Linux, 1991). I movimenti per il software libero, la straordinaria portata della contro-cultura tecnologica libertaria vanno visti alla stregua di una precisa azione politica e non come semplice strategia di opposizione al predominio delle grandi realtà di mercato. Non è un caso che i principali movimenti antagonisti della cultura capitalista siano maturati in seno al mondo tecnologico, l’unica vera rivoluzione inclusiva del mondo contemporaneo. Nel progressivo sgretolarsi di ogni sicurezza, nel liquefarsi di una società finora percepita come solida, i singoli sono stati abbandonati a se stessi, nemmeno più rappresentati da una classe intellettuale ormai adagiata in rendite di posizione che hanno reso le azioni correttive del sistema sporadiche e scostanti, una classe passivamente lasciata a testimone della conquista della politica ad opera dei rampantismi dell’inizio degli anni ’80, ferocemente avvezzi alle dinamiche del darwinismo sociale. Il risultato è che i tanti che oggi guardano alla collaborazione, stanno recuperando il fenomeno dell’associazionismo di cui parla Putnam in una chiave diversa, e proprio grazie alla tecnologia. Secondo Vincent Champain si sono create nuove forme di socialità, sempre più orientate alla valorizzazione dell’aspetto produttivo della collaborazione. Un punto di vista che racconta del vertiginoso aumento delle associazioni utilitarie, da inquadrare in un processo di mercantilizzazione delle relazioni, pur ispirate a un’assenza di profitto, a una rinnovata responsabilità sociale e all’emersione di soft skills, versatili, funzionali e continuamente in evoluzione. La sharing economy, nata grazie all’incontro del desiderio di comunità con le tecnologie sociali e collaborative esprime, come fatto storico,palazzo  questo potenziale e annuncia il radicale mutamento del sistema. Afferma Champain: qual è allora la situazione? È fare in modo che la gente non venga messa di fronte a uno sportello con un sussidio e poco altro, ma riconoscere che il lavoro è utile sia dal punto di vista individuale che collettivo. Individuale, perché bisogna che tutti i disoccupati escano dalla loro condizione. Collettivo, perché in questo modo il cittadino parteciperà al processo che porterà al progresso generale. La sharing economy è solo l’inizio, ma è senza dubbio l’unica vera rivoluzione del mondo contemporaneo.

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