Suppershare, la sharing e la cultura alimentare

suppershare logoContinua l’attività di scouting e di coinvolgimento delle migliori start up italiane che operano nel settore dell’economia collaborativa. Abbiamo intervistato Suppershare, un’idea diversa, un’idea intelligente che sviluppa il tema del social eating in un progetto lungimirante di rieducazione all’alimentazione e al prodotto gastronomico. Ce ne parla Alessandro Grampa, uno dei fondatori.

Parlateci dell’idea? Come nasce Suppershare e in base a quale analisi avete pensato potesse esserci spazio sul mercato?

La storia di Suppershare è abbastanza particolare, tre anni fa abbiamo cominciato a lavorare con SlowFood per creare un progetto molto simile a quello che oggi rappresenta Suppershare.com. Per varie motivazioni abbiamo deciso l’anno scorso di continuare da soli e di cominciare a lavorare per la piattaforma, che ora possediamo al 100%, a San Francisco, dove inizialmente fu concepita.

Alessandro Grampa, Maurizio Chisu, Valerio Leo

In foto: Alessandro Grampa, Maurizio Chisu, Valerio Leo

Per altrettante varie motivazioni a settembre 2014 ci è stata offerta la possibilità di prendere le redini del progetto e abbiamo deciso di riportare il tutto in Italia, dove, secondo noi, era più giusto cominciare. Non saremo il paese più evoluto tecnologicamente al mondo, ma lo siamo, senza spazio di contestazione, a livello di cibo.

Arriviamo dall’Università di Scienze Gastronomiche, da cui abbiamo anche ottenuto il patrocinio, e dal mondo Slow Food, quindi abbiamo una visione del mondo del social eating un po diverso dai nostri competitor. Il cibo buono, pulito e giusto vanta milioni di seguaci in tutto il mondo e noi abbiamo, da sempre, creduto che una piattaforma come Suppershare potesse essere un utile strumento per modernizzare i canoni a cui siamo abituati, ma mantenendo i valori di sempre.

Si parla molto di sharing economy ma, secondo voi, in base a quale criterio la microeconomia dello scambio dovrebbe essere sostenibile?

Secondo noi la sharing economy è un movimento incredibile, grazie alla tecnologia si è riusciti a riportare in vita tutte quelle piccole pratiche che da secoli si sono sempre svolte nelle piccole comunità. Ovviamente non avrebbe senso rielencare i principi su cui questa economia si basa, ma penso sia d’obbligo, invece, parlare di quanto questo movimento stia rischiando di perdere le filosofie che lo hanno reso così importante oggi.

Quando tanti soldi entrano in circolo, è facile cominciare a pensare a come poter speculare, ma quello su cui dobbiamo mantenere gli occhi ben aperti, sono i valori fondanti. Le comunità, online o offline, non devono mai dimenticare l’importanza di questo movimento, ovvero quello di ridare potere ai piccoli produttori e ai microimprenditori. Molti li chiamano abusivi, o concorrenti sleali, ma ciò che è vero, a nostro parere, è che l’economia convenzionale sia solamente stata un’occasione per reprimere la capacità creativa di ognuno di noi.

Poter cucinare in casa propria, nel caso del social eating, vuole invece rappresentare una lotta per la libertà. Far conoscere al mondo le proprie tradizioni e usanze, i nostri prodotti tipici e quelli che, magari, si è coltivato nei nostri orti e non acquistato al supermercato, riteniamo sia un valore maggiore di un pasto mangiato in un ristorante qualunque che serve piatti qualunque. 

La sharing ha a che fare con le relazioni umane. Possiamo dire che, in verità, il vero e grande valore in più è il capitale sociale? Anche per Suppershare è la stessa cosa?

Come già accennato prima, la sharing economy si base sullo scambio tra persone. Le piattaforme online sono, e creano, delle comunità, in cui la gente scambia esperienze e genera, o ritrova, una fiducia nel prossimo che l’economia degli ultimi decenni ha completamente messo in secondo piano.

Ovviamente la parola d’ordine in tutto questo è capitale sociale, non siamo noi, Suppershare, a cucinare un piatto e a servirlo al nostro ristorante, ma sono gli utenti che, condividendo gli stessi ideali, decidono di servire i propri piatti. Allo stesso tempo, come molti di coloro che hanno partecipato ad eventi del genere sanno, non è soltanto cibo che si scambia, ma molto di più. Proprio per questo motivo è importante avere a bordo persone che conoscano e comprendano la filosofia che vogliamo portare avanti e siano in grado di offrire ad altri utenti delle esperienze uniche e genuine.

Molte idee vengono da fuori Italia. Noi risultiamo spesso come consumatori dei format più che produttori. A cosa dobbiamo questi ritardi?

Non è sempre vero questo, ci tengo a sottolinearlo. Il problema vero è che noi italiani siamo capaci solo di invidiare l’erba del vicino che è sempre più verde. Da quando ci siamo buttati in questo mondo, quello della sharing economy e delle startup, abbiamo avuto modo di conoscere tantissimi ragazzi che lottano ogni giorno per farsi ascoltare e proporre nuove idee.

In Italia il problema è che siamo talmente desolati dalla situazione sociale ed economica in cui viviamo, e non solo dalla crisi del 2009, ma da molto prima, che siamo sempre convinti che se qualcun altro, magari negli USA, fa qualcosa di uguale a quello che abbiamo pensato noi, anche mesi prima, sia più autorevole e convincente di quello che abbiamo tra le mani noi.

Mancando questa fiducia, di conseguenza, manca anche la propensione al rischio, che più che rischio definirei un “seguire le proprie ambizioni”. Si ha sempre paura di sbagliare e, chi ha i soldi, preferisce tenerseli per se al sicuro, piuttosto che credere e investire.

La fiducia ci ha portato anche a non credere in chi ti sta di fianco. Abbiamo imparato in questi anni, ad esempio, che chi ha una buona idea, deve parlarne e confrontarsi con gli altri, non avere paura che qualcuno possa rubargliela, cosa che disgraziatamente comunque a volte succede. Il punto è che se non condividiamo e ci sforziamo di vedere la vita da diversi punti di vista, non impareremo mai nulla. Ecco perché chi ha buone idee e spirito intraprendente preferisce andarsene, perché sa che da altre parti potrà essere ascoltato con serietà e non come il solito utopista.

Ci sono alcuni, anche, che cercano di fare buon viso a cattivo gioco e approfittarsi di questa situazione. Di recente ci è capitato di assistere alla presentazione di tre imprenditori, che non avevano nulla a che fare col cibo, ma che, visto il panorama in crescita, hanno deciso di investire una parte dei propri risparmi in attività legate a questo mondo. La presentazione loro consistette nel dire che ricercavano un giovane che avesse una buona idea e che lo avrebbero finanziato. Addirittura gli avrebbero lasciato il 10% della nuova attività, ideata da lui. A questo punto capiamo bene il motivo del perché le idee in Italia arrivano sempre dall’estero, perché probabilmente il 10% sarebbe quello che si tiene l’investitore, non quello che rimane all’ideatore.

Detto questo, ci tengo anche a risottolinerare che l’Italia sta cambiando molto e che realtà che hanno riacquisito fiducia, interesse nelle idee altrui e coraggiose nell’investire nella loro realizzazione, ce ne sono e ne stanno nascendo tante di nuove. 

Come siete riusciti a trovare i capitali e che previsioni di crescita avete sul mercato?

In questo momento andiamo avanti con molto poco, siamo in trattativa con alcuni investors, ma il cammino durerà ancora qualche mese. 

I soldi non sempre sono le uniche cose che contano in queste attività. Lavoriamo ogni giorno per creare i primi nuclei di utenti attivi e interessati, stiamo avendo buonissimi riscontri.

Stiamo per rinnovare il sito e prepararlo per l’espansione europea, abbiamo tanti vari progetti che stanno per essere presentati e molti saranno proprio con rami di SlowFood, sparsi per tutta Europa.

La crescita, a nostro avviso, non può ancora essere virale e di massa, ma gli utenti necessitano ancora un po di tempo per capire i valori che ci muovono e per poi diventare loro stessi gli ambasciatori dei suppershare in ogni dove. Devono acquisire fiducia e sentirsi a loro pieno agio in queste attività di sharing.

Per ora, meglio “pochi”, ma buoni.

http://www.suppershare.com/

Share