Tutte le opportunità delle start up

a cura di Davide Pellegrini

C’è da riflettere, seriamente, su quello che ci sta accadendo attorno.La prima questione che a me viene in mente e che credo stia diventando un fenomeno di indagine lo chiameremo disallineamento informativo. Con ciò non intendo solo la speculazione sul tema delle fake news o della propaganda, che creano pessimi effetti sul comportamento personale e professionale condizionato dai propri bias di conferma; piuttosto, mi riferisco alla corretta comprensione dell’ambiente informativo di cui si è ogni giorno parte, un ruolo fondamentalmente passivo. 

Tra la rappresentazione del mondo, che avviene ogni minuto per via dei più diversi mezzi, siano essi notizie manipolate, slogan urlati sull’eccitazione del click-bait, post di utenti e internauti di varia provenienza, e la sua reale percezione sta  la verità.

Anzi, a dirla tutta, è qui che si nasconde la post-verità. Perché, per come viviamo l’ambiente digitale, con i suoi milioni di interazioni e corrispondenze, e con la propensione naturale al gioco e al divertimento, l’enorme sforzo che dobbiamo fare ogni giorno dopo aver immagazzinato dati è ricostruire ex-post un’attendibilità delle nostre conoscenze. Non si parla solo, è chiaro, del mondo attuale, non si tratta del puro aggiornamento su fatti di cronaca. Piuttosto, sono le convinzioni e i saperi più profondi a essere messi in pericolo, e ciò determina una serie di situazioni ambivalenti.Vaniamo, ad esempio, alla questione delle imprese.

Uno dei requisiti fondamentali perché un’impresa abbia successo è l’operare in un terreno fertile e favorevole, che sia in grado di recepire la proposta di una nuova soluzione di servizio o di prodotto con entusiasmo, e operare con spirito collaborativo affinché l’idea cresca e si affermi sul mercato. Naturalmente, ho semplificato in una sinossi stringatissima; resta chiaro quanto sia necessario fare i dovuti approfondimenti, studi di settore e di mercato, analisi del business model, valutazioni sull’urgenza dell’offerta e sulla reale sostenibilità o capacità di intercettare una domanda, ecc. ma questa, a guardare bene, è pura tecnica di mentorship, tipica di Incubatore o Acceleratori d’Impresa.

Il disallinemanto resta, ed è quando diventa più importante l’informazione sulla volontà di creare innovazione che il reale processo di innovazione.

Quando, ad esempio, si enfatizza l’universo delle start up senza costruire educazione su cosa debba essere di fatto una start up con obiettivi di crescita e di scalabilità ben precisi. Il disallineamento resta perché i media digitali hanno lo straordinario potere di rappresentare ciò che vogliamo leggere e, se il punto è quello di un paese costellato di grandi e di intuizioni imprenditoriali, questo sarà il messaggio che passerà. Basterà un post, con qualche proclama sulla partecipazione al Premio xxx, o sulla presentazione al Festival yyy, e opportunamente collocato nel contenitore giusto (per appartenenza, per affinità o per convenzione), che si urlerà al miracolo. 

Sia chiaro, il settore delle start up è sano e a quanto pare in crescita. I dati che ci interessano di più parlano di: un 3° trimestre 2018 con una forte impennata di start up da 7.866 a 9.647 unità(+22,6%). Negli ultimi dodici mesi la forza lavoro delle startup è cresciuta in modo più che proporzionale rispetto all’aumento del numero delle imprese: attualmente le startup impiegano 52.512 soci operativi e addetti, facendo registrare un importante +33,2% rispetto alla stessa data del 2017.I dati dei bilanci 2017 attualmente rilevati dal sistema camerale coprono poco meno del 60% delle startup iscritte alla data di rilevazione (59,5%). Tuttavia, il campione a disposizione lascia già intuire come nel 2017 il fatturato complessivo delle startup abbia superato il miliardo di euro: la somma attuale, infatti, si attesta intorno ai 960 milioni di euro, destinati ad aumentare con l’acquisizione dei dati non ancora rilevati.

Eppure il problema c’è. Se analizziamo il fenomeno start up sulla base di dati che prendono in esame il concetto d’impresa allo stadio iniziale, se ci fermiamo a contemplare la positività di un fenomeno sulla breve scadenza della notiziabilità, le start up crescono.

Ma se, invece, ragioniamo sul fatto che una start up possa percorrere un percorso di vita a medio-lungo termine prima di affermarsi, non ci siamo proprio.

Le neo-imprese non riescono a stare sul mercato perché vivono in un settore drogato dall’iperbole della comunicazione, e sopravvivono con le dosi razionate di finanziamenti, sovvenzioni, premi, tornate e round all’interno del propri ambienti di riferimento. La maggior parte delle imprese non arriva al triennio perché, e credo che sia un’osservazione scontata, manca l’uso consapevole dei servizi e dei prodotti che vengono immessi sul mercato. Quando, come spesso accade, sono a basso livello di innovazione, sono superflui o, spesso, ripetizioni clonate da altre idee più o meno simili. Quando hanno il valore aggiunto della tecnologia non è detto che siano utilizzati nel modo massivo e calcolato necessario a far crescere un’impresa.

Il disallineamento si presenta con il suo oneroso conto. Si parla di start up senza alcun reale approfondimento, soprattutto rispetto a come alcuni strumenti, servizi o prodotti possano essere in grado di migliorare la vita delle persone, l’organizzazione e la produttività professionali, le prestazioni e gli effetti di servizi, utilities, commodities. 

L’altra questione, anch’essa piuttosto complessa, è quella della resistenza del settore culturale al cambiamento.Secondo i dati dell’Istat, consultabili da chiunque, il consumo dei libri è in crescita con 4 persone su 10 che ne hanno letto almeno uno nel 2017, con un aumento dei visitatori dei musei che è arrivato nel 2016 a un +1 milione e 700.000 visitatori e con il 15% della popolazione (dato 2015) che è stato almeno una volta in biblioteca in un anno. Rispetto a questi dati, comunque positivi, si conferma al 2017 il trend negativo della spesa calante degli enti locali e pubbliche amministrazioni in tema di beni e attività culturali. A ciò, fa riscontro il dato del 27% dei 5000 musei e biblioteche italiani che ancora non offre alcun servizio digitale per la visita in loco, né altri servizi online.

L’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali del Politecnico di Milano sostiene che la convergenza del settore culturale con l’innovazione tecnologica sia diventata una assoluta priorità.

Siamo immersi in una fiction economy e l’intrattenimento, con i suoi dati straordinariamente in ascesa, dimostra che c’è spazio per aggiornare i contenuti e renderli fruibili in modo alternativo senza necessariamente banalizzarne il valore.

Il ritardo del settore culturale probabilmente sconta la convinzione popolare della minore redditività del settore, visione miope che ancora oggi non attribuisce il giusto valore economico alla crescita personale, unico elemento in grado di facilitare l’epowerment anche nelle prestazioni di lavoro.

Sarebbe ora, in effetti, di immaginare nuovi contenitori per la formazione e il tutoraggio ad hoc delle imprese culturali di nuova generazione con un importante ruolo per la ricerca tecnologica e un incontro felice con le professioni umanistiche, per troppo tempo sottovalutate.

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